Vicenza sotto le bombe: 1943-1945

Si comincia a Natale e non si smette per altri 17 mesi

 

di Giorgio Marenghi

 

Vicenza, Natale 1943, ore 10 del mattino.

 

 

In Duomo il vescovo Carlo Zinato inizia la messa, nelle strade i passanti intirizziti tirano avanti in fretta, all’altezza del corso Ettore Muti, l’odierno Corso Palladio, le sentinelle tedesche sbarrano con cavalli di frisia l’accesso alla Platzkommandantur, ovverosia il requisito “albergo Roma”, divenuto la centrale operativa e di comando delle truppe occupanti nella provincia.

 

All'improvviso si odono forti scoppi: sono le prime bombe che cadono sulla città, e ci sono pure le prime vittime. L’allarme non è stato neanche sentito. Più di qualcuno forse si domanda se è stato dato, ma l’importante è nascondersi, trovare qualche luogo sicuro per sfuggire ai micidiali ordigni. Davanti al cinematografo “Corso” ne vanno a segno due o tre, altre bombe mandano in rovina parte del quartiere dei Ferrovieri, altre ancora procurano i loro lutti in Viale d’Alviano e San Bortolo.

 

E’ il primo incontro con i “liberatori” (d’ora in poi nei manifesti della propaganda fascista repubblicana il termine diventerà sinonimo di “assassini di innocenti”). Guido Parigi a capo dell’U.N.P.A. vicentina (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) gira per tutta la città con un motocarro munito di scala per portare soccorso. Lo stesso fanno affannosamente i pompieri guidati dal geometra Gambin. Tutta la città è atterrita.

 

Neanche un’ora dopo un falso allarme, questo sì dato efficacemente dalle sirene, fa trasalire di nuovo i vicentini, ma dopo due ore si torna faticosamente alla normalità. Che non sarà più la stessa. Vicenza deve imparare a convivere con le bombe, che saranno tante. La gente non ha mai visto tante distruzioni in una volta sola, e la curiosità è tanta. “Così anche il pranzo natalizio passa in seconda linea e la gente esce nuovamente di casa, arrivando a formare subito una colonna ininterrotta di persone che si snoda da Corso Fogazzaro per contrà Riale e ponte Pusterla, per recarsi vicino all’osteria “Alle Tre Bale” dei Giacomin dove sono cadute altre bombe. Poi, proseguendo (sempre a piedi) per porta San Bortolo e viale d’Alviano, si osserva una fabbrica per la lavorazione del ferro (Pozzan&Meggiolan) praticamente abbattuta” (Walter Stefani in “Vicenza e i suoi caduti 1848-1945”, p.322).

 

Nel palazzo del comune fervono i preparativi per organizzare soccorsi e per rimuovere macerie, approntare posti di ricovero supplementari, dare ristoro a senza tetto, ascoltare lagnanze e rimostranze. Nei giorni seguenti si ha il primo bilancio, ancora incompleto dell’incursione nemica: “Bombe gettate circa 200 - recita un documento del comune - di cui una trentina rimaste inesplose. Zone particolarmente colpite: S. Francesco, S. Bortolo, Via Medici, Viale Grappa, Viale B. d’Alviano e zona a nord dello stesso. Alcune bombe sono cadute nei pressi di Porta S. Croce, in c. Corpus Domini, una in Corso S. Felice ed una in Corso Fogazzaro, due nel parco del Museo del Risorgimento ed una sulla strada comunale a circa 100 metri dal Museo stesso, provocando il crollo del muro di cinta. Morti 31, feriti ricoverati all’Ospedale 29 (più due soldati tedeschi)”.

 

Non è che l'inizio

 

La soddisfazione per aver conservato la vita i vicentini devono archiviarla in fretta appena tre giorni dopo: il 28 dicembre 1943. E’ la volta di Borgo Berga e dell’inizio del Viale Riviera Berica, Stradella dei Nani, Valletta del Silenzio, la Commenda.

 

Alcune bombe cadono in Borgo Casale di fronte alla caserma della Milizia, presso lo Stadio, e una inesplosa viene poi trovata nel recinto del cotonificio Rossi. Non è una grande incursione ma i morti sono 41, fra cui cinque soldati italiani. I feriti ricoverati all’Ospedale S. Bortolo 53. Il 29 il comune fa affiggere un manifesto:

 

"Cittadini, la pace della sepoltura non aveva ancora accolto le salme dei caduti per la prima incursione, quando la furia assassina del nemico, che non aveva esitato a profanare la santità del Natale, si abbatteva nuovamente sulla nostra città cercando, come sempre, le sue vittime fra le creature più innocenti, operai, donne, fanciulli. Stringiamoci ancora una volta attorno alle famiglie dei colpiti, con quella umana solidarietà e cristiana fratellanza di cui la nostra città ha già saputo dare una prova luminosa. E il nostro fiero dolore che non ci abbatte, ma ci purifica, tempri i nostri cuori e sia monito al nemico”.

 

Intanto si devono ospitare nei collegi della città parecchie decine di famiglie rimaste senza un tetto: presso l’istituto Farina trovano alloggio 56 persone, 36 sono accolte provvisoriamente dal Seminario. Vengono distribuiti i primi cartelloni che modificheranno alquanto l’aspetto delle vie cittadine: “Pericolo! Bombe inesplose” diventa il segnale drammatico che i vicentini, a partire dal 25 dicembre 1943, imparano a riconoscere. In Via Durando vengono trovate 2 bombe. Due i cartelloni in legno che vengono consegnati al sig. Luigi Dal Maso ivi residente. La stessa trafila in Via Duca degli Abruzzi, in Via S. Francesco, in molti altri luoghi. Il 26 marzo 1944 alle ore 21,30 il terrore ritorna dal cielo: “Particolarmente colpita la zona a sud della città con lancio di bombe dirompenti (oltre un centinaio) e di spezzoni incendiari (alcune migliaia). Immobili distrutti totalmente o parzialmente 69 fra cui le ville Clementi, Piovene e Valmarana, il Cotonificio Rossi, la provvida delle F.F.S.S., ecc. Le vittime furono 14, i feriti una ventina. Gli incendi circa trenta. Il bombardamento contrastato da un violento fuoco dell’artiglieria controaerea durò 36 minuti”.

 

Una città che cambia volto

 

Ormai il tono dei rapporti del Comune alla Prefettura diventa monotono: i morti, le case distrutte, i senza tetto, i feriti. E’ una città che non si riconosce più, che perde la sua fisionomia, il suo modo di vivere normale. Le grandi “R” nere in campo bianco rappresentano il rifugio per la gente ma anche la tomba, visto che in alcuni casi il risultato é peggiore che sostare all’aperto nascosti in qualche buca.

 

Comunque si deve continuare a vivere e i vicentini non sono da meno degli altri abitanti della provincia o delle altre città italiane. Quel che invece rattrista tutti oltre misura è la perdita anche dei simboli del divertimento e della cultura collettivi: la sera del 2 aprile 1944 sparisce in un “cumulo di macerie anche il glorioso auditorium dell'istituto Musicale Canneti, in Levà degli Angeli...” e “..vengono colpiti a morte i due teatri Eretenio e Verdi”. “La città fu per la quarta volta bombardata con il lancio di numerose bombe dirompenti (qualche centinaio). Anche questa volta fu particolarmente colpita la zona a sud della città, ma la rovina si estese anche a ovest , in ispecie lungo il Corso S. Felice, fino alle scuole di S. Lazzaro. Bombe caddero un pò dovunque, al Territorio dove fu colpito il torrione della Specola, l’istituto Industriale “A. Rossi”, l’istituto delle Missioni Estere in Viale Trento,ecc. Vittime n.25, tutte del Manicomio Provinciale (3 suore, 4 fra infermiere e inservienti, il resto ricoverati). Feriti n. 19. fra cui quattro deceduti qualche giorno dopo e compresi nelle 25 vittime. Case ed edifici distrutti n.45, danneggiati n.60".

 

Le informazioni sull’incursione sono particolarmente precise: i comandi tedeschi e la Prefettura avevano già inviato al Comune disposizioni tassative per la radiografia della situazione. 170 sono le bombe esplose, quelle inesplose sono invece 16. Quest’ultime sono così localizzate: 1 presso il ricovero tubolare “nell’O di Campo Marzio”, 1 in Viale Dalmazia (nel mezzo del viale), 1 di fronte al Caffè Moresco, 1 presso lo scalo merci delle Ferrovie dello Stato, 1 in Viale Arnaldo Fusinato al civico 38, e poi sempre 1 a San Lazzaro (giardino di Villa Musconi) e in Contrà Lodi al civico 23. Due le bombe inesplose invece al n.19 di Contrà Lodi, poi ancora in Via E. De Amicis al n.22, in Via Nino Bixio al civico 14, in Corso S. Felice al civico 223 (Ospedale Psichiatrico), e in Viale Trento al n.51 presso la trattoria Tonello.

 

Ma non basta perchè un “barilotto esplosivo di circa 15 quintali" viene rinvenuto in un terreno a monte di Via Casarsa. Gli istituti, enti e ditte cittadini colpiti sono parecchi: oltre ai due teatri Eretenio e Verdi ed all’istituto Canneti di cui abbiamo già fatto cenno vengono parzialmente distrutti il Seminarietto di Via S. Francesco Vecchio, l’Accademia Allievi Ufficiali della Guardia Nazionale Repubblicana in Via S. Maria Nova, la sede del Gruppo Rionale Fascista G. D’Annunzio in Corso S. Felice, il Teatro Olimpico, la Casa Editrice Favaro in Piazzetta S. Giuseppe, la Legatoria Olivotto in Contrà M. Porta Nuova, l’autorimessa S.I.T.A. in Via Battaglione Monte Berico, l'Ospedale psichiatrico in Corso S. Felice, il fabbricato principale della Stazione Ferrovie dello Stato, i capannoni della ditta Volpi (detersivi), e, per finire, l’autorimessa dell’Albergo “Terminus” e la Distilleria Verlato entrambi in Corso S. Felice.

 

Ci si organizza

 

Le devastazioni sono enormi e occorre prendere misure supplementari per proteggere la città dalle incursioni aeree. Il 1 maggio il Maggiore Piva che dirige l’ispettorato della Protezione Antiaerea comunica che “dalla sera del 4 maggio 1944 fino a nuovo ordine l’oscuramento deve avere inizio alle ore 21.30 e termine alle ore 5. E’ assolutamente necessario che le norme sull'oscuramento vengano rigorosamente osservate da tutti senza eccezioni. Contro i trasgressori si proceda senza riguardi di sorta..”.

 

Sono palliativi ovviamente anche perchè i tedeschi hanno concentrato i loro pezzi di artiglieria contraerea attorno al campo di aviazione e nei pressi di alcune ditte “protette” e militarizzate. Per il resto occorre affidarsi al buio della notte ed alla Provvidenza che tanto ha già da fare in altre località. Il 14 maggio altra incursione, alle ore 11,30. “La città - scrive il segretario comunale Giarolli - fu devastata da un gran numero di bombelanciate da otto formazioni su quasi tutti i quartieri della zona urbana e periferica. Danni ingenti afabbricati, notevoli le interruzioni stradali in più punti del centro. Fra gli stabili comunali colpiti sono lescuole di S. Francesco, il palazzo del Territorio, lo stabilimento Bagni di Viale Bacchiglione, l'ufficioProvinciale di Leva, ecc. Qualche danno a finestre ed infissi subì anche il lato nord orientale del Municipio per una bomba caduta nella vicina sede del Consiglio Provinciale delle Corporazioni. Furono, fra altri,gravemente colpiti il Duomo, il palazzo Da Schio, la Chiesa di San Gaetano, le sede della BancaCommerciale, l’intendenza di Finanza, Esattoria, ecc. Le vittime sepolte con cerimonia solenne al Cimitero il16 maggio furono 45, i feriti trattenuti all’Ospedale, 54”.

 

L’incursione del 14 maggio colpisce la città alla sprovvista: un tiepido sole contribuisce a riconciliare tutti con la vita. E molti sono coloro che ne approfittano per andarsene fuori. Pochi i rimasti che non saranno risparmiati. E’ sempre Walter Stefani (op. cit.) che con parole efficaci ci tratteggia il quadro della desolante opera di soccorso: “Dal fumo e dalla durata del bombardamento, si ha subito l’impressione che qualcosa di grosso è accaduto. E, non appena le ultime squadriglie di bombardieri se ne vanno, è un accorrere di gente in bicicletta, a piedi e con qualsiasi altro mezzo, verso la città. Altri preferiscono rimanere lontani, temendo un successivo attacco aereo, pur restando in angosciosa e trepidante attesa di notizie”. “Stavolta l’elenco dei danni non può nemmeno essere tentato, perchè la città è colpita in più punti e da quel giorno, praticamente cambia volto. Spariscono edifici di rara bellezza architettonica o di valore storico: il Duomo è distrutto, il Vescovado pure. L’Arco delle Scalette è a terra; Viale Roma, con l’Albergo Terminus e la vecchia Cavallerizza dei Nobili (cinema Palladio), è tutto una rovina; il deposito FIAT di Giurietto& Ferretto è un ammasso di auto contorte, la stazione ferroviaria, poi, non ha alcun aspetto esteriore. Il Campo Marzio è una distesa lunare con fosse enormi e platani secolari divelti come fuscelli” (Walter Stefani in “Vicenza e i suoi caduti”, op.cit. p.340).

 

Tra caos e terrore

 

L’indignazione per il massiccio bombardamento è generale. Non solo la popolazione civile o la propaganda de Regime di Salò ma anche la stessa Resistenza insorge contro gli Alleati. E dagli ambienti del C.L.N. si fa pressione sul comando di Bari perchè i bombardamenti vengano sospesi. Il patto che verrà  siglato alla fine comporterà un aumento delle azioni di sabotaggio sui punti nevralgici delle comunicazioni.

 

Il caos che si era potuto toccare con mano nel giorno del micidiale bombardamento del 14 maggio non può più essere tollerato dal comando tedesco: le processioni dei cittadini che escono dai rifugi e che vagano da una strada all’altra intasando il traffico veloce dei mezzi militari e di soccorso, a detta della Platzkommandantur, deve essere disciplinato.

 

Il 6 giugno mette le mani avanti il Prefetto di Vicenza, generale Edgardo Preti.Considerato che nei luoghi sinistrati a seguito delle incursioni aeree nemiche si lamentano agglomeramenti di persone ed in particolare di ciclisti i quasi sostano a curiosare, creando difficoltà al regolare svolgimento dei lavori di sgombero ed intralcio al movimento stradale; ritenuta la necessità di assicurare l’esecuzione ordinata dei lavori di sgombero delle macerie dalle località sinistrate e di agevolare la circolazione stradale impegnato allo stesso fine...ORDINA: è fatto assoluto divieto, a chiunque, di soffermarsi nelle località sinistrate ove si svolgono lavori di sgombero delle macerie e di ostacolare comunque la circolazione. I ciclisti, in particolare, devono percorrere le strade dove vi sono edifici sinistrati, senza sostare per nessuna ragione. Le infrazioni alla presente ordinanza verranno represse oltre che a termini delle citate disposizioni di legge anche con l’immediato sequestro della bicicletta o di ogni altro veicolo sorpreso in sosta nelle località sinistrate. Le forze della Polizia Repubblicana sono incaricate di vigilare l’osservanza della presente ordinanza”. Altro giro di vite il 29 dello stesso mese di giugno. Sempre il Prefetto “ritenuta la necessità e l’urgenza di predisporre i necessari provvedimenti per la difesa di attacchi aerei da bassa quota; considerato che generalmente la popolazione chiude per mezzo di sbarramenti di pietra o legno gli accessi alle fattorie o ai campi, situai lungo le strade; ...ORDINA: è fatto obbligo a tutti i frontisti di strade Nazionali, Provinciali, Comunali e vicinali, le cui fattorie e campi abbiano una porta di accesso sulle strade stesse, di tenere tale porta costantemente aperta o comunque in condizioni che si possa facilmente aprire dall’esterno, e di lasciar libero da ogni ostacolo l’ingresso nelle fattorie o campi ad automezzi e persone. A carico dei trasgressori saranno adottati severi provvedimenti da parte della Gendarmeria da Campo Germanica. Resta comunque salva, a carico dei trasgressori stessi, l'applicazione della penalità di cui all’art. 17 del T.U. della legge di pubblica sicurezza”.

 

Una quasi tregua fino ad autunno

 

Ma non c’è tregua, anche se le incursioni non saranno più, per un certo periodo di tempo come le precedenti. Il 6 luglio 1944 verso le ore 11 del mattino “durante un allarme aereo da un velivolo isolato, probabilmente di ritorno da un’azione di bombardamento in formazione, vennero sganciate cinque bombe a Monte della Crocetta, in vicinanza della Casa del Sole. Furono colpite e più o meno lesionate alcune case: anche la Casa del Sole riportò qualche danno, specialmente al tetto, per la caduta di grossi sassi lanciati dalle esplosioni. Danni subirono anche i terreni della stessa casa. Si ebbero undici feriti non gravi”.

 

L’estate passa quasi tranquilla e le incursioni diventano più un test per la contraerea che una prova per le popolazioni. L’autunno e l’inverno del 1944 però segneranno una inversione di tendenza molto netta. Del patto tra C.L.N. e comando aereo alleato di Bari, siglato nella primavera, non resterà che il ricordo. Infatti già il 17 novembre verso le ore 21 “una formazione aerea nemica sganciò numerose bombe sul campo d’aviazione, colpendo anche alcuni fabbricati civili delle zone circostanti. Danni limitati ad alcune case di abitazione: cinque furono i morti e pochi i feriti”.

 

Come si può notare dai rapporti controfirmati da Giarolli gli Alleati per il momento sembra che preferiscano colpire le strutture militari rimandando a tempi “migliori” il terrorismo aereo finalizzato a sfiancare e demoralizzare la popolazione e di conseguenza a delegittimare il Regime. Ma il calcolo è sbagliato: gli Alleati, del patto “firmato” con la Resistenza vicentina, non sanno che farsene, anche perchè il C.L.N. è stato falcidiato dagli arresti e non esiste più come interlocutore organizzato in grado di farsi valere.

 

Il 18 novembre alle ore 10 e mezza circa “...una numerosissima formazione aerea nemica operò una incursione sulla città, sganciando circa 200 bombe di vario calibro e in maggior numero - forse qualche migliaio - di bombe di piccolo calibro, dette a spillo, con effetto radente e dirompente. Furono particolarmente colpite, oltre il campo d’aviazione, le zone adiacenti per un largo raggio estendentesi a nord della linea Porta S. Croce, Porta S. Bortolo e Viale Astichello. Oltre 300 furono i morti, fra cui numerosi i lavoratori inviati all’aeroporto per riparare i danni causati dall’incursione della sera precedente, e più di 200 i feriti, molti dei quali in modo grave”.

 

E’ la più grande tragedia che tocchi Vicenza e la sua popolazione. Non sono certo i danni materiali a fiaccare questa volta i cittadini, ma la strage di civili innocenti sconvolge i sentimenti di tutti. “Giovanni Zambotto, che assunse servizio all’Ospedale Civile due giorni dopo quel tragico 18 novembre,  ricorda lo stato di prostrazione fisica di medici e infermieri dopo la lunga veglia,  durata tre giorni, per assistere e medicare i numerosi feriti, molti dei quali morirono per dissanguamento. Il primario, prof. Giorgio Pototschnig , aveva operato ininterrottamente sino all’esaurimento delle forze, coadiuvato dalla sua équipe di chirurghi (Vasco Savegnago, Dino Giaretta, Bruno Cacciavillani, Artemio Zulian) che si dava il turno con altri medici, accorsi spontaneamente dalla città alla notizia del massacro. Vennero prelevati anche alcuni medici antifascisti incarcerati e portati, sotto la scorta dei tedeschi, in Seminario, a dare II loro aiuto” (Walter Stefani in “Vicenza e i suoi caduti”, op.cit. p.350).

 

Dopo il trauma la mobilitazione

 

Il trauma del 18 novembre è così forte che tutta la città ne esce frastornata: anche il Comune. Inutile dire che tutti si sono dati da fare, ma non basta, perchè le difficoltà di raggiungere tempestivamente il personale sono tante. Non parliamo delle linee telefoniche, in mano ai tedeschi, non parliamo neanche delle difficoltà a muoversi di notte rischiando la vita ai posti di blocco anche se si è in possesso dei famosi “lasciapassare”.

 

Quindi per le “autorità” è, ora più che mai, urgente poter contare sui dipendenti in qualsiasi ora del giorno e della notte: l’emergenza lo vuole. Il 23 novembre nell’ufficio del segretario generale si esaminano le disposizioni che il Prefetto ha appena emanato circa “l’obbligo ai capi degli Uffici pubblici di risiedere permanentemente nel capoluogo per essere sempre reperibili di giorno e di notte”. L’ordinanza prefettizia si propone anche lo scopo di regolamentare i movimenti dei dipendenti pubblici: “Dopo un’incursione aerea sulla città con lancio di bombe tutto indistintamente il personale maschile del Comune deve raggiungere l’ufficio col mezzo più rapido possibile”. Il 27 dicembre si danno precise disposizioni ai Podestà della provincia circa i dati riguardanti le vittime dei bombardamenti. Anche perchè gli enti locali “nel trasmettere gli elenchi dei deceduti o ricoverati, non seguono un ordine uniforme nella esposizione dei dati occorrenti, cosa che provoca un notevole scambio di carteggio con conseguente perdita di tempo a danno dei sinistrati”.

 

I primi rifugi: un pozzo di S.Patrizio

 

Oltre che dei feriti da curare e dei morti da seppellire l’amministrazione comunale di Vicenza deve pure interessarsi della costruzione e della manutenzione dei rifugi antiaerei per la popolazione civile. Per la costruzione, quando scoppiano le prime bombe nel 1943, si è già provveduto, ma i continui logoramenti e danneggiamenti dovuti alle incursioni causano un aumento dei costi per la manutenzione.

 

Costruire un rifugio e “adattarlo" poi, doveva essere proprio un problema, ma andiamo a fare un po’ i conti in tasca al Comune per quel che riguarda questo capitolo di spesa. Per l’ordinaria manutenzione dei ricoveri durante l’anno 1943 il Comune spende ben L.363.984.25. Per la costruzione del primo gruppo “ricoveri tubolari”, del ricovero di S. Rocco e primo puntellamento, e di quello di Piazza Erbe e di Piazza dei Signori, si spendono L.1.074.443.

 

Sommando a questo gruppo di spese il resto, dovuto ai lavori per il secondo gruppo ricoveri, sì arriva alla fine alla somma di lire 3.861.405.73. Che per quei tempi non era poco. Occorre anche aggiungere che le spese sostenute in dipendenza dello stato di guerra sono nel 1943 per le autorità militari italiane di L. 163.562.50, che nel 1944 scendono a L.81.387.05.

 

Per le autorità militari germaniche invece nel 1943 il Comune di Vicenza spende L.454.271.14, di cui rimborsate L. 148.803.10. La rimanenza del 1943 e del 1944 assomma a L. 612.467.39 che addizionata al resto dovuto dai fascisti repubblicani porta lo scoperto” del Comune a L.857.416.94. Le difficoltà di cassa portano il Comune a intervenire parecchie volte nei confronti della Prefettura che, quando può, emette assegni di copertura. Il 7 aprile del 1944 riassunto della situazione economica per le spese di protezione antiaerea dà queste cifre: spese preventivate L.14.024.842.39; pagate L.5.700.392.20; riscosse L.5.400.000.

 

Il 18 aprile 1944 il Prefetto NeosDinale fa richiesta alla Direzione Generale dei Servizi per la Protezione Antiaerea - Ministero dell’interno - che venga assegnata la somma di L.5.000.000 alla provincia di Vicenza. L’8 maggio II Prefetto Dinale prende tempo, aspettando il sì del Ministero per il finanziamento, ma é costretto a concedere il pagamento di L. 1.000.000 al Comune che é pure esso in grandi difficoltà di cassa. Il 23 maggio 1944, comunque, la disastrata situazione viene sanata: infatti le spese sostenute dal Comune, ammontanti a L. 7.591.383,15, defalcate dei rimborsi ottenuti da parte dello Stato (di L.7.588.648,08), danno una differenza a credito di appena L.2.735,07.

 

Continuano le incursioni

 

Dopo l’incursione aerea del 18 novembre era calata l’intensità degli attacchi Alleati sulla città e sulla provincia. Il 4 gennaio riprendono all’improvviso: “Verso le ore 12,30 del 4 gennaio 1945 - riferisce sempre Giarolli - alcuni velivoli di una grossa formazione aerea nemica sganciarono sulla città un centinaio circa di bombe. Furono colpiti gravemente il Vescovado, l’albergo “Al Castello”, il cinema Palladio e fabbricati adiacenti, alcune case di Mura Palamaio, il lato orientale di Campo Marzio e la Stazione Ferroviaria. Bombe caddero pure in C. Corpus Domini ed una, che restò inesplosa, in c. G. Busato n.16.I morti fra la popolazione civile furo-no 2 e 16 i feriti”. Il 10 gennaio 1945 riprende l’inferno: “...poco prima delle ore 21 da un apparecchio nemico isolato venne sganciata una bomba lungo il Viale della Pace, che  causò la demolizione parziale della casa di abitazione che sorge di fronte all’ingresso principale delle Casermette. Nessuna vittima. Altre tre bombe furono lanciate dallo stesso apparecchio in aperta campagna nella frazione di  Settecà”.

 

Sono punture di spillo, ma sono continue. Il 31 gennaio verso le ore 23,50 un altro aereo isolato sgancia 14 bombe di medio calibro, di cui 2 rimaste inesplose, in località Culdeola presso  l’Anconetta. Una bomba colpisce la linea  ferroviaria Vicenza- Schio, le altre cadono nei campi senza provocare danni. Il 6  febbraio continua la serie delle punture: di pomeriggio, verso le ore 16,30 quattro bombe piovono su S. Lazzaro. Tre colpiscono un capannone dell’Arsenale ferroviario, provocando dodici feriti, di cui tre gravi.

 

Come viveva Vicenza

 

Per sapere come viveva Vicenza però c’è bisogno di andare al di là dell’arida serie di rapporti sulle incursioni, importante per la ricostruzione storica ma avara di particolari sulla vita quotidiana o sul funzionamento della macchina amministrativa cittadina.

 

Ed è infatti proprio dai rapporti di spesa del comune o dai verbali della Prefettura che si evidenzia lo sforzo a cui è chiamata tutta la comunità. Il 14 febbraio 1945 L. 9.000 devono essere liquidate alla ditta di impianti e manutenzioni elettriche Marzemin Bruno per le riparazioni effettuate alle linee esterne di alimentazione delle sirene d’allarme.

 

Il 19 il Prefetto prega l’amministrazione comunale di voler rimborsare L. 321,45 al Comitato provinciale per la protezione antiaerea poiché lo stesso ente, che aveva anticipato la somma alla ditta Gallinaro Pietro, si era così procurato 3 quintali di legna per far sopravvivere al freddo dell’inverno gli incaricati della sorveglianza (in servizio permanente) nei gelidi locali messi a disposizione nel palazzo del Comune.

 

Ma è nella cronaca del bombardamento del 28 febbraio 1945 che ci si può fare un’idea del caos, della paura, ricostruendo i movimenti degli uomini che in quei frangenti avevano responsabilità di governo.

 

Dunque il 28 febbraio verso le ore 12,10 suonano le sirene: dapprima sembra un allarme “leggero”, quello per la caccia nemica, che mitraglia e lancia tuttalpiù qualche bomba, poi invece l’allarme si tramuta in “grande allarme”, il che significa che si prevede l’arrivo dei bombardieri.

 

E’ di nuovo la volta della stazione, dove si lamentano 1 morto e 5 feriti. Alle 14,50 altri 18 apparecchi sganciano bombe nel centro della città, danneggiando le scuole magistrali di Via Riale e le case adiacenti. In Corso Fogazzaro rimane completamente distrutto l’edificio dell’Unione Industriali e tutti i fabbricati compresi fra la Banca d’Italia e la stradellaGarofolino fino alla tipografia commerciale compresa.

Altre bombe colpiscono e distruggono la trattoria “Al Garofolino” in Via San Marcello. In Via Vescovado è colpita la casa del clero. 4 i morti di questa incursione, 27 i feriti. Ma non è finita: alle 15,20 altri dodici apparecchi sganciano altri ordigni sulla zona lunare di Campo Marzio radendo al suolo tutto ciò che restava degli impianti ferroviari. Il seguito alle ore 17,10: questa volta sul campo di aviazione dove otto bombe non provocano danni nè feriti. La giornata si chiude con una città in agonia, più per i danni che per il numero dei caduti.

 

Interessante è a questo proposito la relazione che fa il segretario Giarolli per il Prefetto dei fatti svoltisi nella giornata: “Il Podestà (Antonio Corna, n.d.c.) si è recato sui luoghi colpiti perdurando l’allarme. Ha aiutato feriti, si è introdotto in un rifugio bloccato. Anche il Vice è stato in Corso Fogazzaro perdurando l’allarme. Ha disposto tempestivamente per il servizio di assistenza che venisse richiesta dai sinistrati. Il Vice Podestà ha personalmente fatto sgomberare il pubblico sostante davanti agli sportelli chiusi e che rifiutava di allontanarsi per non perdere il turno al cessato allarme. Per questa ragione alle 14,50 ha condotto giù al pianterreno una donna riottosa, che teneva in braccio un bambino di un anno circa; lo sgancio delle bombe che colpivano Corso Fogazzaro è avvenuto mentre si scendevano le scale. E’ stato invitato il “Popolo Vicentino” (quotidiano fascista repubblicano della città, n.d.c.) ad ammonire, in proposito, il pubblico che frequenta gli uffici comunali: sono state impartite disposizioni ai vigili; si è provveduto anche alla stampa di cartelli. Il Vice Podestà ha fatto dai vigili bloccare durante l’allarme gli accessi al rifugio municipale, per impedire la pericolosa indisciplina della uscita del pubblico, specie femminile durante l’allarme.Il Vice Podestà e il Segretario Generale si sono preoccupati di prendere le disposizioni opportune per impedire i furti al patrimonio comunale sinistrato. Sui luoghi colpiti, il Podestà e il Vice, separatamente, hanno essi stessi invitato o fatto invitare i sinistrati a rivolgersi al Comune per l’assistenza. Il Vice Podestà ha dato stamani l’ordine all’Ente Comunale di Assistenza di andare incontro ai sinistrati con la più pronta, larga e cordiale assistenza concreta possibile”.

 

Si lavora febbrilmente

 

Altre difficoltà, oltre all’indisciplina del pubblico, aggravano i compiti delle autorità. E’ indispensabile riattivare tutti i servizi, dall’acquedotto alle condutture del gas, agli allacciamenti e alle linee della corrente elettrica.

 

Nel rapporto al Prefetto così Antonio Corna descrive la situazione: “I morti sinora accertati sono 16 ma si teme che purtroppo aumentino non  essendo ancora finito lo sgombero delle macerie del palazzo già sede dell’Unione  Industriali. I feriti ricoverati all’ospedale sono 39 nella grandissima maggioranza dei casi non gravi. Per quanto riguarda particolarmente il Comune devo informare che sono rimasti danneggiati il fabbricato comunale di Via Riale, sede de Deposito Provinciale e di Istituto Scolastico, la fronteggiante Biblioteca Bertoliana e due piccoli edifici del Campo  Marzo. Demolita è rimasta la cabina elettrica di trasformazione di S. Marcello; tuttavia nella stessa serata le Aziende Industriali Municipalizzate avevano potuto ugualmente alimentare in gran parte le zone servite da detta cabina. Gravi danni hanno pure riportato gli impianti filoviari e  le linee elettriche; distrutte sono rimaste le linee elettriche verso la stazione, la quale è però alimentata non dalle Aziende ma da un’altra società distributrice. L’impianto dell’acquedotto e del gas hanno subito solo lievi danni in Viale Roma. E' rimasta pure distrutta la circonvallazione Sud, ma dai posti di blocco all’ingresso della città è stato possibile avviare il traffico lungo la circonvallazione Nord rimasta intatta. Il Comando Tedesco, da me subito interessato, ha posto a disposizione litri 40 di benzina per il funzionamento delle autoambulanze e delle auto funebri nella triste circostanza”.

 

 

Il 20 marzo il Podestà invia una lettera al Prefetto Mirabelli protestando nientedimeno che contro il capo dell'U.N.P.A. Guido Parigi. “Alle ore 13 di oggi nella via J. Cabianca stava sviluppandosi un incendio, per lo spegnimento del quale mi ero fatto iniziatore alla testa di alcuni volonterosi. Mentre mi trovavo nella strada per il trasporto dell’acqua vidi transitare un milite dell’U.N.P.A. al quale mi rivolsi per chiedere il suo intervento in nostro aiuto, ma mi fu risposto in malo modo che " l'U.N.P.A. non è attrezzata per gli incendi”. Alla mia risposta che pure io quale Podestà non disdegno di portare i secchi d’acqua ed adoperare il piccone, intervenne il sergente dell’U.N.P.A. Parigi, in malo modo offendendo che il loro dovere lo avevano fatto anche troppo. Pertanto lo invitai ad andarsene. I presenti hanno commentato sfavorevolmente l’atteggiamento dei militi dell’U.N.P.A. il Parigi é inviso alla popolazione per i suoi modi inurbani e per il suo atteggiamento superbo ed arrogante”.

 

Una galleria davvero popolare

 

Il 21 sempre il Podestà deve preoccuparsi perchè venga riallacciata la corrente alla sirena esistente presso le Aziende Municipalizzate, il giorno seguente si incontra con i tedeschi e ne segue una dura discussione sui bisogni di combustibili e di benzina per la città. Una nota di fonte tedesca così precisa il 23 marzo 1945: “In seguito alla discussione che ebbe luogo ieri con le principali autorità sulle misure da prendersi nei casi di grosse incursioni aeree, venne chiesto da parte della Prefettura e del Municipio, una assegnazione di benzina per i Vigili del fuoco, in modo che il Comandante dei Vigili possa di propria iniziativa e sotto sua responsabilità disporre sul contingente di benzina assegnatogli. E’ necessario che tale servizio possa funzionare senza perdere del tempo per ottenere la benzina. L’intestato comando (la Platzkommandanturcittadina, n.d.c.) propone pertanto (all’amministrazione militare tedesca, ufficio di Vicenza, n.d.c.), se ciò è possibile, di costituire presso la Centrale dei Vigili, una scorta di I. 200 di benzina”.

 

Il 26 marzo il Segretario Generale Giarolli effettua una visita alla galleria rifugio antiaereo di Monte Berico. Il testo della relazione è una fotografia della vita quotidiana in rifugio, delle difficoltà dell’amministrazione e del degrado dovuto alla guerra: “Caro Corna, ho effettuato ieri una visita alla galleria di Monte Berico. Eccone schematicamente le conclusioni: Illuminazione: E’ urgente l’adozione di un mezzo di illuminazione sussidiario. Attualmente il custode Omassi dispone di una sola lampada di fortuna assoluta- mente insufficiente per tutta la galleria lunga 270 metri e che dovrebbe invece avere una luce ogni 100 metri.

 

Biciclette - Accade il gravissimo inconveniente di una moltitudine di gente che usa la bicicletta per portarsi sul posto, e che intende mettere in salvo, entro la galleria, il proprio biciclo. Ciò costituisce un intuitivo intralcio all’accesso al rifugio, intralcio che genera incidenti e, quel che più conta, impedendo il sollecito ingresso, potrebbe essere causa di disgrazie in caso di incursione. Ciò è tanto più da prevedersi in quanto, come è noto, persiste il mal vezzo di restare durante l’allarme all’aperto per precipitarsi nel rifugio quando gli apparecchi sono sulla perpendicolare. Sono d’avviso che occorra annunciare sui giornali il drastico divieto di introdurre biciclette nella galleria.

 

Servizio d’ordine - Anche per quanto precede, oltre che per altre ragioni, occorre assolutamente stabilire un servizio d’ordine all’ingresso e nell’interno. Attualmente è di servizio soltanto il custode Omassi (il quale d’altro canto lamenta l’insufficienza del salario di circa I. 1200 mensili).

 

Gabinetti di decenza - Esistono soltanto alle due estremità della galleria. Le latrine verso Viale Dante sono state dovute sprangare, perchè inutilizzabili essendo stata sbagliata la costruzione dello scarico. Una delle latrine al termine della galleria è momentaneamente inservibile per necessità di riparazioni. Urge veramente provvedere. Inoltre il tubo di scarico verso Campedello sfocia troppo in prossimità dell’ingresso alla galleria, il che è causa di ammorbamento dell’aria entro il rifugio.

 

Igiene - Il custode manca persino di creolina. E’ in modo assolutamente necessario assicurare una sistematica e direi quotidiana disinfezione. Bisogna tenere presente che, favorito dall’approssimarsi della stagione calda e favorito altresì dalla promiscuità del migliaio circa di persone che trascorre la notte nella galleria e di centinaia di interi complessi familiari che vi dimorano stabilmente, potrebbe propagarsi qualche morbo infettivo, mentre è certo il propagarsi dei parassiti. 

 

Pavimento del rifugio - Bisogna stendere ghiaia almeno nei tratti pantanosi. Specialmente al centro della galleria, ove lo stillicidio è incessante, il suolo è melmoso. Occorrerebbe anzitutto potere eliminare l’inconveniente dello stillicidio. 

 

Acqua - Poco più su del centro della galleria v’è una sorgente d’acqua potabile, che scende da un canalotto infitto nella parete. Sotto e al suolo vi è una semplice grata per lo scolo delle acque. Occorrerebbe costruirvi un fontanino, con un parapetto in quadrato.

 

Ricambio d’aria - Sarebbe opportuno provvedere anche a questo riguardo, particolarmente verso il centro della galleria. Si pensi infatti che a questo punto, e data la lunghezza del rifugio che è areato soltanto dai due opposti ingressi, l’aria è veramente poca ed è anche per giunta viziata da odori graveolenti. Inoltre tutti fumano liberamente.

 

Pronto soccorso - Ho dato una scorsa anche al registro dei medici, dal quale ho appunto desunto alcune delle osservazioni che vengo esponendo. Manca l’acqua vegeto minerale. Mancano i cordiali In mancanza di alcool occorre provvedere almeno acqua fenicata, per disinfezione. Sarebbe opportuno sistemare la stanza di fronte a quella del pronto soccorso, attualmente chiusa e lasciata abbandonata, allo scopo di adibirla o a magazzino viveri o addirittura a cucina per il caso di eventuali necessità che si profilassero in questo senso.

 

Panchine - Ce ne sono troppo poche e anche queste sono usate a sostegno delle reti metalliche. Comunque la sistemazione delle panchine è in relazione all’uso definitivo che si voglia stabilire della galleria: o rifugio per tutti coloro che vi ricorrono solo in caso d’allarme, oppure dimora stabile di chiunque voglia stabilirvisi.

 

Destinazione della galleria - Persino 10 famiglie che il Municipio ebbe l’anno scorso ad alloggiare in una villa distante al massimo 50 metri dall’ingresso della galleria lasciano vuota la villa stessa perchè si sono trasferite con le masserizie nel rifugio e vi dimorano stabilmente. Tutta la galleria, per l’intera sua lunghezza, è occupata lungo le 2 pareti da famiglie che vi hanno trasportato letti ed altre suppellettili. Questa gente cucinava davanti l’ingresso verso Campedello; opportunamente il custode OmassiIi ha invitati a cucinare in luogo un po` più lontano e laterale all’ingresso, ad evitare che il fumo entrasse nella galleria. Questi occupanti stabili del rifugio non rappresentano, nella loro totalità, famiglie sinistrate, ma comprendono anche largamente famiglie che hanno disertato la casa unicamente per timore. Sono d’avviso che occorra effettuare una selezione, per consentire semmai (vedi ordinanza della Prefettura per lo sgombero della galleria. In essa alloggiano anche militari e persino ufficiali italiani e tedeschi) la dimora nella galleria a quelle sole famiglie che documentatamente siano rimaste prive di alloggio. Ti sottopongo questo rapporto per i provvedimenti che si impongono..”.

 

L'epilogo sotto le bombe

 

Siamo ormai agli ultimi atti della amministrazione del Podestà Corna. Gli ultimi adempimenti risentono del clima di prefuga che circola in tutti gli ambienti fascisti-repubblicani. Lo sta quasi a dimostrare una lettera cortese, ma ferma nella sostanza, della sig.ra Ambrosini Ester abitante a Ponte Alto. In sostanza la signora fa notare al Podestà che da circa un mese e mezzo un centinaio di bombe a farfalla stazionano sui suoi campi e che ogni tanto qualcuna pure esplode contribuendo al blocco totale dei lavori agricoli. Si sollecita il rastrellamento degli ordigni inesplosi.

 

Ma il povero Corna ne ha già tante di gatte da pelare, ci sono pure i tedeschi che si stanno apprestando per la ritirata: e ogni ritirata che si rispetti deve essere ben preparata altrimenti diventa una rotta.

 

Così la Platzkommandantur umilia il povero Corna centellinandogli le gocce di benzina: “Dal contingente di carburante assegnato alla Provincia di Vicenza - scrive il comandante tedesco - per il mese di aprile, si potrà assegnare ai vigili del fuoco della città di Vicenza (come da accordo già precedentemente esaminato, n.d.c.) il quantitativo di litri 200 di benzina limitando però al minimo necessario l’assegnazione a tutti gli altri consumatori. Per assicurare che il carburante venga usato solamente nei casi assolutamente necessari e d’altra parte poter disporre prontamente della benzina, in caso di urgenza, il firmato comando dispone quanto segue: il Podestà di Vicenza assume la responsabilità nella forma che gli sembrerà più adatta ed opportuna che la benzina verrà usata solamente ne casi per ciò previsti. Il modo come ciò abbia da seguire praticamen¬te, è lasciato in facoltà al Podestà...”.

 

E’ l’epilogo: tra diktat tedeschi, preparativi di fuga in massa dei fascisti, mitragliamenti e spezzonamenti alleati, Vicenza si prepara al nuovo. Il 28 aprile arriva la liberazione ma arrivano pure inspiegabilmente anche altre bombe. Tra la giornata del 26 e quella del 28 muoiono gli ultimi civili vicentini, 34 persone per l’esattezza uccise da inutili ed odiose incursioni aeree dell'ultima ora. 

g.m.