Ezzelino Da Romano: Hanno detto di lui
di Laura Poloni - Parte Terza
La strage degli undicimila Padovani
Dal volume “Leggende e storielle su Ezelino da Romano” del prof. Antonio Bonardi, Padova 1892.
Una delle più grandi scelleraggini commesse da Ezelino III da Romano è, senza dubbio, la strage degli undicimila Padovani, che erano nel suo esercito, ordinata, allorché seppe che Padova era ormai perduta per lui, perché i crociati, raccoltisi sotto la guida del legato pontificio Filippo Fontana, per abbattere la signoria dell’eretico tiranno, si erano impadroniti di quella città (1256).
Cronisti contemporanei e posteriori asseriscono il fatto, l’ammettono, soltanto notando, come fa il Muratori, che, il numero degli uccisi sembra esagerato.
Ora esaminiamo un po’ da vicino questo lugubre avvenimento, e vediamo come si formò intorno ad esso la leggenda. Rolandino, la cui cronaca è la fonte più importante per la storia di Ezelino, narra che il tiranno, reduce in Verona col suo esercito, dopo una inutile spedizione contro Mantova, durante la quale avea ricevuto la notizia della perdita di Padova, voleva assolutamente sfogare il suo odio contro i Padovani che aveva seco. Convocati i suoi consiglieri, che fingeva di tenersi cari, domandò la loro opinione su ciò che doveva fare dei Padovani, ch’egli aveva insieme raccolti in luogo sicuro.
Antonio Brosima, figlio di Lemico degli Ardengi, padovano, ch’era allora podestà di Vicenza per Ezelino, in buona fede propose al tiranno di condur con sé i Padovani a Vicenza, ove poteva più comodamente tenerli per l’utilità degli amici e per il danno de’ nemici.
Contro questo parere, un cavaliere, che Rolandino non nomina, propose che invece i Padovani si tenessero tutti in Verona, per timore che se essi si avvicinassero alla loro patria, non passassero dalla parte del nemico.
Ad onta dei consigli avuti, Ezelino, che aveva già prestabilito il suo atroce disegno, prima fece arrestare tutti quelli di Piove di Sacco, donde s’era mosso su Padova il legato pontificio, in secondo luogo quelli di Cittadella, perchè questa borgata s’era data in balìa dei crociati, indi i contadini, ultimi i fanti e i cavalieri, che avevano servito a far prigioni gli altri, e poi con questi perirono.
“Et fuerunt -così continua il cronista - XI milia personarum, et ultra de solishis de Padua et Paduano districtu, quot in carceribusVeronaepositos, vir ipse perditionis, et homo inauditae iniquitatis, morte mal a tempore procedente, perire fecit, fame, siti, frigore, nuditate; aliquos suspendio, alias quoque gladio, alias vero igneo De tanta quoque moltitudine captivorum nunquam 200 Paduani redierunt. Et habuit Eccelinus praedictorum omnium, quos sic mortaliter carceravit, equos, arma, tentoria, vestimenta pecuniam, cunctaque ornamenta, quae tulerant studiose ad Eccelini decorem, et ad sui magnificentiam guarnimenti”.
Il dubbio sulla cifra
Il numero dei sacrificati dalla mania sanguinaria di Ezelino per gli altri cronisti oscilla intorno al limite di undicimila; nelle due brevi cronache, che seguono quella di Rolandino, si accenna soltanto a diecimila vittime; il Monaco padovano, e l’autore del Cronico estense, che riporta il fatto colle stesse parole del Monaco, ne fanno ascendere il numero a dodicimila.
Solamente Pietro Gerardo limita la cifra a circa duemila, ma cotesta è voce isolata, a cui si tolse, forse a torto, ogni autorità. In generale il numero prevalente è quello di Rolandino, poiché esso è riportato da Albertino Mussato, da Nicolò Smereglo, da Francesco Pipino, dai Cortusii, da Giovanni Villani ecc., e ripetuto comunemente anche ai nostri giorni in Padova. Questo numero ci pare non soltanto esagerato, ma addirittura favoloso.
La popolazione di Padova
A convalidare tale asserzione consideriamo prima di tutto alcuni dati statistici, raccolti dal Gloria nella sua opera Il territorio di Padova illustrato.
Veramente per il secolo XIII, che è in questione, non si hanno notizie esatte sulla popolazione di Padova e dei suoi termini, ma c’è noto tuttavia con precisione la cifra di essa nel 1430, la quale è di 16.736 abitanti, sotto il dominio tranquillo della Repubblica Veneta, sebbene il doge Michele Steno, con lettera 17 aprile 1406, per accrescere la popolazione della città, dopo la pestilenza, avesse autorizzato Marino Caravello podestà, e Zaccaria Trevisano capitano a far cittadini di Padova quei forestieri di buona fama, che venissero ad abitarvi colla famiglia, e giurassero di rimanervi, come mai si potrà giustificare una popolazione almeno di 55.000 abitanti nel 1256?
Dal 1430 fino ai nostri giorni riscontriamo un costante e graduale aumento nella popolazione, come si rileva dalle seguenti cifre. La popolazione di Padova coi termini era di 35.852 abitanti nel 1557, di 44.000 nel 1790, di 54.160 nel 1853; infine la popolazione del comune di Padova secondo l’ultimo censimento del 1881 è di 70.753 abitanti.
Secondo questa graduazione, del 1430, primo anno, in cui si abbia una cifra accertata, cioè di 16.736 abitanti, risalendo sino al 1256 si dovrebbe incontrare un numero di abitanti minore, non essendovi alcun fatto che provi il contrario, anzi essendosi sottratta appena allora Padova dalla tirannide di Ezzelino, che aveva costata la vita a molti cittadini. Ma anche se fosse stata doppia, di quella del 1430, la popolazione di Padova coi suoi termini nel 1256, tenuto conto della maggiore estensione di essi prima del 1286, resta pur sempre una sproporzione, impossibile a giustificarsi, tra il numero di 11.000 uccisi e la popolazione dell’intera città.
Già soltanto gli 11.000 soldati di Padova e del suo distretto avrebbero costituito un esercito considerevole per quei tempi; ma si noti che Ezzelino, quando nel 1256 trovavasi in Verona, reduce da una scorreria nel Mantovano, aveva con sé non solo gli 11.000 suddetti, ma anche altri Padovani del territorio, come abbiamo visto più sopra, e Vicentini, Veronesi, Trentini, Feltrini, Bellunesi, e, secondo lo stesso Rolandino, tutte le genti del Pedemonte, fra le quali erano principalmente compresi i Bassanesi e gli Asolani.
Anche se ciascun contingente di milizie delle altre città si suppone in numero molto inferiore a quello di Padova, si ha tuttavia una quantità di soldati, che oltrepassa ogni verosimiglianza per quei tempi, e per un’impresa, com’era quella, ch’Ezzelino aveva dovuto sospendere, contro la città di Mantova.
Gli eserciti del tempo
Infatti, quando pochi anni prima, nell’estate del 1247, l’imperatore Federico II guidava i Ghibellini contro i Guelfi, che difendevano Parma, e quasi tutti i capi delle due fazioni erano convenuti sulle rive del Taro, della Parma e del Po, e quasi tutte le città avevano mandato ad assalire, o a difendere il comune di Parma, e s’impegnò una vera azione generale, da cui sembrava dipendere la sorte della gran lotta tra Guelfi e Ghibellini, il cronista Salimbene afferma che l’esercito dell’imperatore e dei suoi alleati sommava a 37 mila combattenti, e forse esagerava la cifra.
In questo esercito poi vi erano le genti di Ezelino, quelle del Lancia, del Pelavicino, di Buoso di Doara; i Cremonesi, che, per accorrere in maggior numero alla chiamata del loro sovrano, avevano lasciato la loro città ai vecchi e alle donne, i Pavesi, i Bergamaschi, i Reggiani, i Modenesi, i fuorusciti di tutte le città guelfe; infine Toscani, Pugliesi, Calabresi, Siciliani, Borgognoni, Greci e Saraceni.
Secondo Rolandino l’esercito dei crociati, comandato dal legato Filippo Fontana, che muoveva alla conquista di Padova, era composto di 2.000 soldati soltanto. Il Verci crede che il cronista qui erri, “poiché sarebbe stato una temerità accingersi ad un’impresa così grande con un numero così picciolo di gente”.
Se l’esercito di Ezelino si deve ritenere, secondo le attestazioni di Rolandino, di molto superiore ad 11.000 uomini, solo contingente di Padova e del suo distretto, come mai il legato pontificio si sarebbe accinto all’impresa di attaccare il dominio di Ezelino con una schiera così esigua come la sua? Come mai Rolandino non si accorge della sproporzione enorme delle due cifre?
Bisogna proprio concludere che quella cifra di 11.000 soldati Padovani, considerata in relazione alla probabile popolazione di Padova nel 1256, e alla quantità dei soldati negli eserciti di quel tempo, ha del favoloso.
Altri esempi nella storia
D’altra parte che tanta gente, come tutti i cronisti ad incominciare da Rolandino affermano, potesse esser fatta perire in breve tempo, per il capriccio di un solo, è pure inverosimile.
Infatti paragoniamo questo numero esorbitante di vittime con quello di eccidi consimili, fra i più grandi, che ricordi la storia moderna. In una città, come Parigi, di gran lunga più popolosa di Padova, nella famosa notte di S. Bartolomeo, caddero per mano dei fanatici cattolici circa 2.000 Ugonotti; i computi delle vittime sacrificate nella stessa Parigi nelle famose giornate del settembre 1792, secondo i diversi rapporti del tempo, variano fra le sei e le dodicimila.
E si noti che in questi tempi nefasti non era già la bieca volontà d’un solo uomo, che faceva scorrere tanto sangue nella metropoli della Francia, ma la forza d’un principio, e forse più le sfrenate passioni individuali, che trovavano facilmente il loro sfogo in quei momenti di profonda perturbazione sociale.
Perciò sorgevano spontanei gli esecutori delle sentenze capitali, ed erano allora tanti, quanti forse non poté avere mai alcun tiranno, e tanto meno Ezelino. Si sa bene che i cronisti, come accettano senza alcuna critica i fatti, così fanno pei numeri, e quindi cifre cervellotiche spesso s’incontrano, studiando le cronache. Eppure sulla scelta di questo numero 11.000, che per gli addotti argomenti non esito a dichiarare favoloso, e sul favore da esso trovato presso tanti cronisti, vorrei arrischiare un’ipotesi.
Il peso delle leggende
Nel mio studio già citato ho dimostrato quale stretta relazione vi sia tra le leggende di Attila e quelle di Ezelino.
Ora, tra l’altro, la leggenda pose a carico di Attila lo sterminio di Sant’Orsola e delle undicimila vergini, sebbene già la data favolosa della loro partenza dalla Bretagna fosse stata fissata un secolo prima della nascita del feroce Unno.
Non poteva anche Ezelino, degno imitatore dell’opera di Attila, e, come costui essere diabolico e flagello di Dio, non poteva, per le menti esaltate dalle passioni del tempo, essere capace di sacrificare al suo odio proprio 11.000 vittime?
Anche qualche cronista italiano accenna allo sterminio delle undicimila vergini compiuto da Attila. Inoltre la immagine di Attila sterminatore appare anche alla mente di Rolandino, poiché egli accenna, nella sua cronaca, alla distruzione di Padova fatta dal canino Attila, com’egli lo chiama.
Non insisto su questa ipotesi; però è abbastanza curioso notare questa coincidenza di cifre. Rolandino asserisce che diversi furono i generi di supplizio con cui successivamente Ezelino fece perire gli 11.000 Padovani (fame, sete, frigore, nuditate, aliquos suspendio, aliquos quoque gladio, alios vero igne), e ciò almeno è verosimile.
Su questo argomento press’a poco lo stesso ripetono il Monaco Padovano, Francesco Pipino, i Cortusii e l’autore del Cronico estense. Ma già il Villani afferma che Ezelino “undicimila Padovani fece morire ardendoli in un prato, e per la innocenzia del loro sangue, per divino miracolo, giammai poi non nacque herba in quello prato”.
Così ogni verosimiglianza ormai sparisce, e fra le pagine del cronista fiorentino già fa capolino la leggenda. La quale ci appare completa nel secolo XV, e precisamente nel Commento di Dante fatto dal Landino:
“ ... E per la sua efferata crudeltà (Ezelino) infiniti uomini, parte uccise, parte mandò in esilio; et dopo la ribellione dei Padovani, nel prato di Padova rinchiuse dentro a un palancato dodicimilla uomini et tutti gli fece ardere, et in quella crudeltà si narra c’havendo preso sospetto d’un suo cancellieri, chiamato ser Aldobrandino, et per questo determinando di farlo morire, domandò se sapeva chi erano rinchiusi nel palancato, et rispondendo il cellieri, che tutti gli aveva notati in un suo quaderno, disse Azzolino avere determinato di voler presentare l’anima di quegli al diavolo, per molti benefici ricevuti da lui; la onde voleva che andasse col quaderno insieme con loro all’inferno, et no minata mente per sua parte glieli presentasse; et così insieme cogli altri lo fece ardere”.
Perciò i Padovani non sono più uccisi un po’ per volta, e in diversi modi, ma vengono tutti arsi entro un palancato, e non più a Verona, ma a Padova, in cui Ezzelino non entrò più, dopoché l’ebbe perduta, e precisamente nel Prato della Valle.
Il fatto della strage dei Padovani in Verona, sebbene il numero e i particolari sieno favolosi, ha senza dubbio un fondamento storico; ma si narrava ai tempi di Ezelino, e poco dopo un fatto consimile, che non ha nessun fondamento storico.
Dicevasi che Ezelino voleva vendicarsi di tutti quei ciechi e quegli storpi, che per eccitare la pietà del prossimo giravano per la Lombardia, imputando falsamente al tiranno la causa dei loro mali.
Perciò Ezelino fece sparger la notizia che per tutti questi sventurati avrebbe aperto un asilo in Verona, e così riuscì a raccoglierne una grande quantità, cioè 3000 secondo un cronista, 5000 secondo un altro, in un edificio apposito. Quindi fece intimare d’uscir di là a chi potesse vivere del proprio lavoro, ma tutti restarono.
Allora ordinò si appiccasse fuoco all’asilo, e così tutti quei miserabili furono arsi. E’ molto probabile che questa storiella dell’abbruciamento d’una grande quantità di gente, raccolta nello stesso sito, abbia contribuito a far nascere la leggenda sul genere di morte degli 11.000 Padovani, raccolti insieme. Siccome poi proprio dell’immaginazione, che travisa i fatti storici, una volta incominciato, procede seguendo i principi della logica, così si trovò che per far abbruciare tanta gente in una sol volta, nessun luogo meglio presta vasi in una città, che il Prato della Valle in Padova, vastissima piazza, e perciò l’enorme rogo degli 11.000 Padovani, secondo la leggenda, sorse appunto a Padova e nella famosa piazza.
Scompare il fatto storico
Il fatto storico ormai quasi più non si discerne sotto l’involucro della leggenda, la quale poi s’accorda coll’altra della stretta parentela di Ezelino col diavolo. Difatti Ezelino immola tante vittime al diavolo in ricompensa dei benefici ricevuti. La piena concordanza fra le due leggende citate si trova in un ms. della Biblioteca Civica di Padova. “M. Eccelino sicome voleno alcuni fu filgiollo del diavolo, perché sempre non fece altro che cattive opere, et sempre usò grandissima crudeltà, fra le altre lui fece abruciare sul pra di Padoa ditto il pra della vale, dodecimila homeni in una sol volta, con li quali similmente fece intrare nel foco tutto il sopra il quale erano notati li loro uno suo canzeliero Aldobrandino dicendoli che volea che lui andasse allo inferno col lobro et tutti con lui insieme per parte sua li rappresentassi al Diavolo, in ricompensa dei molti benefici, che avea ricevuti da lui, e così il crudelissimo tiranno lo fece cogli altri ardere”.
Nel fatto del misero cancelliere, col quale si completa degnamente la leggenda dell’eccidio degli undicimila Padovani, si può scorgere una vena di umorismo, sebbene molto terribile.
La leggenda sulla natura diabolica di Ezelino, e quella sul suo ufficio speciale di flagello di Dio, le quali sono come le spiegazioni dell’interminabile serie di orribili colpe imputategli dai contemporanei, ci presentano Ezelino brutalmente feroce; e in lui vediamo non già una mente, che pensa, ma piuttosto una spada, che di continuo ed alla cieca colpisce.
Quest’ultima leggenda invece sulla fine lagrimevole del cancelliere Aldobrandino, ci offre un nuovo aspetto del suo carattere: egli resta sempre feroce, ma è anche malignamente arguto.
Considerando ciò, anche se codesta leggenda non s’incominciasse a trovare soltanto in un commento del secolo XV ed in un ms. del XVI, si direbbe che è molto posteriore alle altre, oppure che è sorta in un ambiente diverso. Difatti le prime leggende tradiscono la loro origine chiesastica, e di certo nacquero e si divulgarono per l’azione speciale di frati fanatici; quest’ultima invece parrebbe sorta in un ambiente simile a quello, ove fiorirono le Novelle antiche, una delle quali prese appunto come suo soggetto Ezelino.
Sempre del Prof. Antonio Bonardi proseguiamo con un nuovo capitoletto su sogni e predizioni
Predizioni sulla fine di Ezzelino
Le profezie e i sogni avevano, specialmente nel medioevo, importanza non lieve nella vita. Non vi fu, si può dire, personaggio storico in quei tempi, al quale un vaticinatore di mestiere o di occasione non abbia predetto qualche cosa sulle vicende della sua vita, e, principalmente, sulla fine di essa.
Per lo più la predizione era formulata così ingegnosamente che, pure non avverandosi, il che avveniva quasi sempre, restava salva la reputazione dell’astrologo. Il sogno poi aveva sempre un senso recondito, era un’allegoria dell’avvenire di chi l’aveva avuto, e con maggiore o minore fortuna, ma sempre con abilità, veniva interpretato.
Tanto nella vita privata, quanto negli affari pubblici si prendeva un partito, piuttosto che un altro, in seguito ad una apparizione o ad una rivelazione notturna, nella stessa maniera che ai nostri giorni, in simile contingenza, si seguirebbe una qualche massima di politica o di morale. Del resto i sogni, ad onta di tanti progressi dello spirito umano, non hanno perduto tutta la loro virtù di seduzione. Scacciati dalle regge trovano pur sempre asilo nelle case modeste e nelle capanne. Difatti quante donnicciuole non scorgono nei sogni il vaticinio di guai o di gioie future, o non domandano ad essi dei numeri fortunati per vincere il lotto?
Tale materiale di predizioni e di sogni, abbondantissimo nel medioevo, con molta facilità fu accolto dai creduli cronisti, come pure servì efficacemente alle finzioni poetiche. Nella casa di Romano si può dire ingenito ed ereditario il gusto per l’astrologia, ch’era precisamente quell’arte, il cui oggetto principale era di predire il futuro coll’aiuto dell’osservazione degli astri, e che serviva anche all’interpretazione dei sogni.
La madre di Ezelino, Adeleita, fu versata nell’astrologia ed è da credere con Rolandino, ch’egli ereditasse dalla madre l’interesse per l’astrologia. Il Monaco Padovano, e il Malvezzi danno la non breve lista degli astrologhi di Ezelino, ch’egli spesso consultava, o per conoscere il tempo opportuno per accingersi a qualche impresa, o per interpretare i suoi sogni.
I cronisti poi, pagando il tributo ai loro tempi, s’infervoravano anch’essi negli argomenti astrologici a proposito dei loro personaggi. Per esempio Rolandino, trattando della spedizione di Ezelino in Lombardia ragiona così: se è vero, secondo gli astrologhi, che quelli nati sotto la costellazione dell’Acquario debbano fare i pescatori e quelli nati sotto la costellazione della Libra i banchieri, per analogia si può ritenere che chi è nato, o incomincia un viaggio, o s’accinge a qualche impresa sotto il segno del Sagittario, abbia qualche cosa a fare colla saetta. Difatti avvenne che Ezelino, il quale incominciò il suo cammino per la Lombardia sotto la costellazione ascendente del Sagittario, fu ferito da una saetta in un piede, che è appunto lo strumento del viaggio (instrumentum itineris).
I responsi degli uomini
D’altra parte il Monaco padovano osserva che la caduta di Ezelino si deve attribuire totalmente a Dio, non alle forze degli uomini o agli affetti dei pianeti, poiché non lo salvarono gli astrologhi, che erano nel suo campo; ma si deve perdonare ad essi, perché nell’imminenza di una battaglia così grave, quale fu quella, che segnò la rovina di Ezelino, non poterono fare le loro osservazioni e i loro calcoli; o forse dinanzi al serio pericolo della pugna fidavano più nella velocità dei cavalli, che nell’aiuto dei pianeti. Inoltre è naturale che siffatti scrittori di cronache, imbevuti delle idee del tempo, infiorino i loro scritti delle favole di predizioni e di sogni, che per ben adattarsi ai personaggi, di cui trattano, debbono essersi immaginati, tali quali si leggono, quando si conoscevano tutte le vicende della vita dei medesimi, cioè dopo la loro morte.
Quindi di queste favole talora abbiamo, come nel nostro caso, versioni diverse, a seconda del capriccio delle fantasie creatrici. Ezelino il Monaco, nella sua prima notte di matrimonio con Adeleita, madre del tiranno Ezelino e di Alberico, ebbe la seguente visione. Gli sembrava che il colle di Romano, su cui sorgeva il castello, da cui la potente famiglia traeva il suo nome, si alzasse tanto da toccare il cielo, e, dopo un certo tempo, come neve al sole, scomparisse in modo da non lasciar nessuna traccia di sé.
Quest’è l’allegoria completa sulle vicende della famiglia da Romano, salita in breve a grande potenza, ed in breve caduta in basso, finché fu interamente distrutta. Il cronista Rolandino, dopo aver narrato la fine miseranda di Alberico, di sua moglie e dei suoi figli, con che si estingueva la casa da Romano, ci racconta la suddetta visione. Narra lo stesso cronista che, quando Ezelino ed Alberico nel 1228 erano assediati dai Padovani a Bassano, ricevettero una lettera del loro padre. Con essa cercava di distoglierli dalla resistenza, in attesa di tempo più propizio alla loro vendetta contro i Padovani, e convalidava i suoi consigli colla profezia, che lor madre Adeleita aveva fatto, dopo aver consultato le stelle:
En quia fata parant lacrimosos pandere casus Gentem Marchixiam fratres abolere potentes Viderit Axanum, concludent castra Zenonis.
Un vaticinio a doppio senso
Come il vaticinio, che attribuito alla Sibilla antica, e probabilmente di composizione medioevale (ibis rebus nunquammorieris in bello) aveva due sensi, l’uno favorevole, l’altro sfavorevole per il guerriero che partiva per la guerra, secondo la disposizione delle parole, così pure questo, secondo l’accusativo, che si prendeva per soggetto dell’infinito.
Difatti aveva significato favorevole per i fratelli da Romano se la parola fratres interpretavasi come soggetto dell’infinito abolere, e la parola gentem come oggetto; sfavorevole invece, se facevasi il contrario.
Pertanto questo enigma perseguitava i fratelli da Romano, fin da quando incominciavano le loro imprese, e già nella profezia erano pronunciati due misteriosi nomi Axanum, e castra Zenonis, il primo dei quali riferivasi al sito (Cassano) ove Ezelino doveva ricevere quella ferita che l’avrebbe tratto al sepolcro, l’altro al castello (S. Zenone), ove Alberico sarebbe stato chiuso, prima di finire miseramente la vita cogli ultimi superstiti della famiglia da Romano.
Nell’Ecerinide del Mussato, Ezelino si rammenta della profezia materna, che deve ormai avverarsi, quando domanda il nome del luogo, ove fu ferito, e gli si risponde: Cassano. Ormai non vi può essere più alcun dubbio sull’interpretazione della parola Axanum della profezia:
Comm.Hic Adua fluvius, hincque Cassani vadum/Ec.Heu Cassam, Assam, Bassam! Hic letum mihi/Fatale dixit mater, hic finem fore
G. Villani dice ch’Ezelino “trovava per sua profezia; ch’egli doveva morire in un castello del Contado di Padova, che aveva nome Basciano, e in quello non entrava, e quando si sentì fedito, domandò come si chiamava il luogo: fugli detto Casciano; allora disse: Casciano e Bassiano tutto è uno; e giudicossi morto”.
In relazione con il diavolo
Ma anche a proposito di questa profezia è confermata la stretta relazione di Ezelino col diavolo, secondo quanto si narra negli Annali Milanesi. Un giorno Ezelino, che trovavasi in Bassano, volendo sapere ove sarebbe morto, lo domandò al diavolo, che gli rispose poco chiaramente: in Assano.
Perciò Ezelino credette trattarsi di Bassano e soltanto quando fu ferito a Cassano, capì bene ciò che aveva detto il diavolo.
Fra Jacopo da Acqui, più degli altri cronisti vago di raccontar storielle, narra quanto segue: Ezelino fatto prigioniero nella notte, che seguì la battaglia di Cassano, non poteva trovar riposo per il dolore della ferita, ed era inoltre molestato dalle campane d’una cappella, che suonavano a mattutino. Allora incominciò a dire ai custodi: Andate, uccidete il prete, che tanto tempesta con quelle campane. (Già il cronista in altro luogo aveva narrato che Ezelino aveva fatti chiudere in una cisterna asciutta, e tenuti colà per più di 40 giorni, i frati d’un convento, che in Verona disturbavano i suoi sonni, suonando le campane).
Risposero i custodi: Che andate dicendo? Voi siete prigioniero. Ed egli: Dove fui preso? -Ieri a Cassano - gli risposero.
Allora Ezelino disperato si lacerò le ferite, gridando: Cassan, Bassan, e così morì. Il cronista poi non fa punto cenno alla profezia, che spiegherebbe il significato delle due ultime parole pronunciate da Ezelino.
Sogni e predizioni e tutti credevano
Predizioni del genere di quella fatta ad Ezelino sono comuni in quel tempo. Per esempio Federico II, di cui il tiranno fu valido alleato, non entrò mai in Firenze “ma se ne guardava, che per i suoi àuguri, ovvero indovini, ovvero profezie trovava ch’egli doveva morire in Firenze”, e morì invece a Ferentino nelle Puglie,
Mi ricordo d’aver letto che anche a Cecco d’Ascoli, il poeta astrologo, accusato di eresia, che perì sul rogo a Firenze (326), fu fatta una simile predizione sulla sua fine.
Passiamo ora al sogno che Ezelino ebbe in Brescia pure “con triste annunzio di futuro danno”.
Narra Rolandino che il 2 febbraio del 1259 il tiranno, postosi a letto e addormentatosi, ebbe un sogno. Gli pareva di esser alla caccia in un paese del Pedemonte, quasi al confine della Marca Trevisana, e di aver comandato ai suoi servi di preparargli cena ed alloggio per la notte in quei medesimi luoghi, e precisamente a Campese. Gli sembrava inoltre che, o per voler del destino, o perchè i servi non avevano capito i suoi comandi, quella cena e quell’alloggio fossero lungi dal luogo, che aveva stabilito, circa cento miglia, quasi nel centro della Lombardia, e precisamente a Soncino.
Parevagli di non poter riposare, se non dopo aver compiuto quel cammino, e oltreché s’era stancato cacciando, sempre più stancavasi per andare al riposo. L’ira fu tanta contro i suoi servi, che di soprassalto svegliossi.
Rolandino finisce la narrazione del sogno col dire che colui, il quale si proponeva di far decapitare i servi disobbedienti, non capì la sentenza, che nel sogno gli era minacciata. Dopo Rolandino il Malvezzi, che fiorì sul principio del secolo XIV, narra con poche varianti lo stesso sogno. Nota, diversamente da quanto dice il cronista Padovano, che ad Ezelino sembrava di esser uscito dalla sua rocca di Romano, e di essere entrato in una vastissima selva per cacciare. Aggiunge infine un’intiera interpretazione del sogno, che gli astrologhi diedero al tiranno, dopo tutto un giorno di meditazioni, e che formularono così.
Ezelino non ha che da esultare per quel sogno, che gli annuncia futuri trionfi: la selva, in cui penetrò, è la Lombardia; la selvaggina, di cui andò a caccia, rappresenta i suoi nemici. In quello stesso anno Ezelino dirigerà le vittoriose schiere dei suoi soldati a preparargli la cena d’un grande principato; col loro aiuto otterrà un vastissimo dominio, ed in una lontana città gli sarà conferita la corona del principato di tutta la Lombardia.
Il cronista però osserva che la provvidenza di Colui, al cui cenno si muovono gli astri, pochi giorni dopo, mostrò la falsità della sentenza degli astrologhi, se pure il timore, o l’odio non distolse il venerabile Guidone e gli altri astrologhi dal dire la verità.
Versione affatto diversa del sogno di Brescia ci dà Pietro Gerardo.
“(Ezelino) addormentato sognò d’essere alla cazza a Soncino, dove gli parse esser affrontato con un ferocissimo cinghiale, il quale da poi, che gli aveva uccisi quasi tutti li suoi cani voltato a lui l’aveva condotto a mal partito. Tandem pareva che lo havesse ferito in una gamba, et in questo istante si svegliò molto turbato, e stordinato, e con gran crido. Il che sentendo gli suoi camerieri svegliati gli furono d’intorno, dimandandoli la causa di tal disturbo, alli quali ridendo disse lo insogno tutto, ma come uomo che poco ovver nulla dava fede, comandò che ognuno tornasse a dormire, questo fu alli 2 febbraio 1259”.
I prodigi della fine
Domenico Codagli, discostandosi poco dal Gerardo, narra che Ezelino, poco prima della sua ultima battaglia, aveva sognato d’essere a caccia intorno ad Orci, grossa terra del Bresciano, e che tutti i cani gli erano stati uccisi, egli era rimasto ferito da un orso; da questo sogno si trasse il pronostico per il tiranno di morte vicina.
La diversità dei racconti, o nella loro sostanza, o nei particolari, nonché delle interpretazioni, ci indica che siamo proprio nel mondo dei sogni, dei quali pure bisogna tener conto, perchè aggiungono una linea alla fisionomia dei tempi, e contribuiscono a render leggendaria la figura di Ezelino. (...) I prodigi accompagnano Ezelino perfino nella tomba.
“La plebe, che non conosce misura negli odii, come nell’amore, disse che appena spirato il tiranno, la camera di lui, ingombrarono volumi di fumo denso e fetente; era il diavolo venuto a portarsene il figliuol suo”.
Altri afferma che il suo corpo, dopo molti anni fu trovato perfettamente intatto ove fu sepolto, sotto la scala del palazzo di Soncino.
Infine per le campagne presso ai luoghi, ove sorsero castelli ezeliniani, di alcuni dei quali restano anche oggi delle fole su fosche apparizioni dello spettro di Ezelino, su tesori da lui nascosti, e custoditi dalla sua feroce anima. In queste fole non si ritrova più alcuna traccia della storia del tiranno; resta però un ultimo riflesso della leggenda, come per esempio nelle frequenti relazioni ... col demonio.
Hanno detto di lui
Dal volume di Ottone Brentari “Eccelino da Romano nella mente del popolo e nella poesia”, Padova 1889, estraiamo e pubblichiamo questo breve capitolo.
Il ritratto più tremendo, copiato o riassunto anche da altri cronisti, che ci sia restato di Ecelino, è quello del Monaco Padovano. Questi, Antonio Godi, Galvano della Fiamma, il rifacimento che va sotto il nome di Pietro Gerardo, e, venendo agli storici, il Verci, il Cantù e molti altri, ci danno due ritratti affatto distinti di Ecelino, dicendoci che altro egli fu sino al 1237, e altro dopo quell’anno, quando divenne signore di Padova; ed il Maurisio, che non ha che lodi per colui che tutti gli altri dipingono coi più neri colori, e che finisce la sua narrazione al 1237, non meritava perciò la riprensione del mite Muratori, il quale, senza tante distinzioni, dice che Ecelino, dalle sue crudeltà ed immani vizi, fu reso infame non solamente al suo secolo, ma anche ai secoli venturi, e che fu un crudelissimo furfante.
Narra adunque il Monaco che Ecelino, prima di giungere al potere, e quando conduceva la vita del semplice cavaliere, era bensì tremendo contro i nemici, ma cogli amici piacevole e giulivo; fedele e costante nel mantenere le promesse fatte; fermo nei suoi propositi; nelle deliberazioni e nei discorsi prudente e moderato; nell’aspetto e nei movimenti perfetto cavaliere.
Il cambiamento
Ma quando giunse ad un elevato grado di potenza ed al dominio, e specialmente dopo presa Padova nel 1237, egli mutò del tutto. Di piacevole e gentile quale era prima si cambiò in orgoglioso e superbo; era terribile nel parlare, e colla sua sola presenza spaventava la gente; nel camminare era altero; mosso solo da infondati sospetti, mandò al supplizio innumerevoli innocenti; era crudele, senza misericordia, ed inclinato a tutti i vizi, se ne togli la lussuria.
Esercitò il suo potere in molti luoghi con inflessibile crudeltà, fu tiranno senza misura né freno, non perdonò ad alcuno, e fu crudele contro tutti. Separava dai mariti le mogli, obbligandole poi ad unirsi sacrilegamente in matrimonio con altri; ebbe in odio i ladroni e gli assassini, ma li supplì nelle loro imprese ed azioni, perchè derubava ed uccideva senza ragione di sorta; era sospettoso al sommo grado, e dava sempre la interpretazione più cattiva possibile alle parole ed ai fatti più insignificanti; fu sempre nemico della pace, ed attivo eccitatore di guerre civili; fu abilissimo nell’ammassare ricchezze, ma anche nello spenderle profusamente quando si trattava di assoldare guerrieri o di allargare la sua potenza; fu spogliatore dei beni degli ecclesiastici, e crudelissimamente uccise molti preti e frati: e arrogandosi diritti papali, concedeva a chi meglio gli pareva le prebende ed i benefici ecclesiastici; fu grande nemico della fede cattolica, e per questa cagione venne condannato dalla chiesa come perfido eretico; per ordine e causa sua morirono, di ferro o di fame, e tra crudelissimi tormenti, ben 55.000 persone; gli sembrava di soffrire la fame e la sete se non vedeva straziare membra umane e spargere sangue. (...)
Il Ventura dice di avere visto passare per Este molti uomini accecati, donne senza mammelle, bimbi abbacinati, ed un infelice al quale mancavano il naso, la lingua, un occhio, una mano ed un piede; e costoro, così conciati da quel tiranno, raccontarono che questi faceva squartare, decapitare, sbranare a pezzi le sue vittime.
Il cadavere di Almerico de Tordio, morto nel carcere, venne fatto decapitare; e la stessa empietà fu commessa su altri cadaveri. Nel 1256, quando perdette Padova fece morire 12.000 Padovani che erano nel suo esercito (vedi i commenti al capitolo precedente sullo stesso fatto, ndr.).
Al suo barbiere, che lo radeva, tremava la mano; ed egli gliela fece troncare. (...) Un altro cronista dice che il tiranno, quando qualcuno peccava contro di lui, sterminava sempre la intera famiglia del colpevole; e alle cose narrate da tutti costoro, altre ne aggiunge il Malvezzi.
Egli racconta che Ecelino fece morire il fratello Ziramonte di fame e tormenti; tenne un nipote a lungo in carcere, carico di catene, e lo fece quindi morire fra inauditi dolori; lasciò pure perire in prigione il suocero con tutti i suoi figli; mutilò molte sue parenti, venerande matrone e innocenti verginelle. Presa Brescia, vi commise immani crudeltà ... (...).
Questo è il ritratto che di Ecelino ci lasciarono i cronisti; ed esso è, senza dubbio alcuno, non già falso, ma esagerato. lo ammetto bensì che Ecelino sia stato crudele, anzi crudelissimo; ma credo anche che, se fosse riuscito nella sua ultima impresa, avrebbe avuto lodi, inni, apoteosi, mentre ognuno insultò al leone caduto. Ricordiamo una cosa sola: egli era ghibellino, fervente ghibellino, e combatté con ogni possa contro il partito papale, contro quei Guelfi che all’ombra della croce commettevano ogni eccesso per accumulare danaro ed altri beni terreni: e la vita di lui fu esclusivamente scritta dai suoi nemici, dai più arrabbiati. (...) E come non bastassero tutte queste cose, intorno alla nascita, alla vita ed alla morte di Ecelino si accumularono favole e prodigi. Si narra che il padre di Ecelino, prima che questi nascesse, vide in sogno il colle di Romano innalzarsi a tanta altezza da toccare quasi il cielo, e poi d’un tratto struggersi come neve, e non esser più nulla: il che avrebbe dovuto significare che il nascituro, giunto in poco tempo a grande altezza, sarebbe poi precipitato in rovina.
Ma Ecelino il Monaco non aveva né colpa né peccato nella nascita di Ecelino; ché questi, secondo una credenza che vive ancora, sarebbe stato figlio del demonio. Pare che fosse di moda in quel tempo, specialmente quando si trattava di possenti e tremendi Ghibellini, l’affibbiarne la paternità al demonio: e ricorderemo che l’abate Gioachino aveva predetto ad Enrico VI (imperatore di Germania, ndr.) che la vecchia moglie Costanza gli avrebbe partorito, d’un demonio, un demonio: e questi fu Federico II. (...)
Albertino Mussato, nato tre anni dopo la morte del tiranno, scrisse una celebre tragedia latina intitolata Eccerinis; e nel primo atto immagina che Adeleita, moglie di Ecelino il Monaco, chiamati a sé i figli Ecelino ed Alberico, narri loro una tremenda istoria, e sveli un infernale secreto.
Una notte, essa narra, quando tutti dormivano, ed io pure riposavo nell’eburneo talamo accanto al consorte, sentii uscire dal suolo uno spaventoso muggito come se la terra si spaccasse e ritornasse nel caos: ed un tuono tremendo rispose dal cielo. Un vapore di zolfo riempì ed annebbiò la stanza; e tuoni e lampi fecero rintronare e risplendere la casa. Vidi allora venirmi addosso un bestione grande come un toro, e da esso mi sentii avvinta e pressa. La sua irsuta cervice era sormontata da adunche corna; la chioma formata di ispide setole; sanguigna luce gli stillava dalle occhiaie; le nari vomitavano fuoco; fuoco usciva a quel mostro dalla bocca a lambirgli la barba, e faville salivano alle larghe orecchie. Quel mostro tornò ancora a visitarmi, quel mostro è il demonio, è il vero padre vostro. (...)
Poco lungi da Bassano, sulla destra del Brenta, sorge un colle detto Castellaro. Ivi torreggiava uno dei più forti castelli di Ecelino, che ne aveva fatto una delle sue più tremende prigioni. Sulle poche rovine di quella rocca (distrutta nel 1312) fiorirono non poche leggende. Si narra che Ecelino, la cui anima non è accolta nell’inferno, resta tutto il giorno chiuso lì sotto, e non ne esce che di notte, per andar girando sin che il diavolo lo richiama.
Molti assicurano di averlo visto: chi a piedi e solo, tutto vestito di ferro; chi coperto d’un bianco lenzuolo, e circondato da streghe e demoni che cantano e ballano; chi in carrozza tirata da due bianchi cavalli; e quella vista è sempre un segnale di prossimo tempo cattivo.
Fra quelle rovine si nota ancora l’ingresso d’un sotterraneo. Narrano che, molti anni or sono, un signore curioso, per iscoprire se era proprio vero che Ecelino stava chiuso lì sotto, mandò lì dentro un suo cane, che non· tornò più: ne mandò un secondo: e questo ritornò molte ore dopo, tutto insanguinato, e recando in bocca una zampa dell’altro. Un’altra volta una innocente bambina dodicenne, certa Maria Tessari, ignara della tremenda storia, andò fin lassù a giuocare alla palla, e questa le cadde nella caverna. La bambina vi entrò per riprenderla: ma fatti pochi passi, sentì una orrenda voce profonda che gridava:
Maria, Maria,
Se non ti chiamassi Maria,
Tu saresti mia!
La bambina uscì, ma tanto spaventata che presto morì pazza: e da allora in poi tutti fuggono quel maledetto buco, donde sentono uscire grida e lamenti.
Ma il Castellaro è notevole anche per un’altra cosa: cioè per i tesori che vi sono nascosti. Un prete bassanese, Francesco Chiuppani, il quale viveva sul principio dello scorso secolo, ci narra in un suo manoscritto, colla maggiore serietà del mondo, che nelle viscere di quel monte, ad oriente delle rovine, sono nascosti cinque pittari d’oro battuto, là sepolti per sottrarli alla avidità di Ecelino, il quale andava in trascia di simili haveri.
Il buon prete però, per non darci troppe illusioni, aggiunge che questo tesoro, che è molto occulto e profondo, con difficoltà si potrà trovare: della quale verità credo che siamo tutti perfettamente persuasi. Ma non crediate che questo sia il solo tesoro nascosto.
Presso Nove c’è una casa rustica, ed in questa un sotterraneo, sotto il quale scende una scala lunga, infinita: ed in fondo a questa risplende un mucchio grandissimo di monete d’oro. Chi però ardisse di scendere fin laggiù, non tornerebbe più indietro: perché lì c’è Ecelino in persona a fare la guardia. Ci sono adunque, questi benedetti danari; e non c’è che la difficoltà d’andare a prenderli!
[Questo saggio di Laura Poloni è stato edito nel gennaio 1995 quale supplemento al bimestrale “Storia Vicentina”]