IL VICARIATO IMPERIALE
E GLI INIZI DELLA SIGNORIA SCALIGERA IN VICENZA
GINO SANDRI
Dopo la morte di Ezzelino, il Comune di Verona fu il primo e per lungo tempo il solo, fra quelli della Marca Trevigiana, che prendesse atteggiamenti ghibellini. Per questo attraversò momenti gravi che minacciarono la stessa sua autonomia durante la spedizione di Carlo D’Angiò, fu costretto nel 1267 a sollecitare l’avvento di Corradino di Svevia, che aiutò nel suo infausto tentativo, si rivolse più tardi a Riccardo di Cornovaglia imperatore eletto e non fu sicuro nel suo territorio se non quando trovò in Mantova una fida alleata contro gli Estensi e i Sambonifacio suoi vecchi feudatari.
E dopo il 1277 quando, in seguito all’uccisione di Mastino della Scala e di Antonio Nogarola, (che come vedremo la diplomazia scaligera farà figurare come morti per la causa dell’Impero) si consolidò, con Alberto, la Signoria scaligera, anche questa non cessò di atteggiarsi a rappresentante dell’Impero e i figli di Alberto sposarono le figlie di Guido di Antiochia ultime discendenti del sangue del grande Federico.
Questo atteggiamento che trovava la sua ragion d’essere nelle tradizioni ghibelline del popolo Veronese, createsi durante la Signoria di Ezzelino, si era accentuato anche per un altro fatto estrinseco e cioè per la rivalità sorta col fiorente Comune di Padova a sua volta divenuto roccaforte del guelfismo nella Marca, della quale teneva l’egemonia.
Nello spirito dei Padovani si mantenne per tutto il cinquantennio che seguì la distruzione della famiglia da Romano, l’odio e l’esecrazione contro il tiranno, identificato nel Vicario Imperiale, e in essa più che nelle altre città trovò luogo adatto il fiorire della leggenda del figlio del demonio, leggenda che doveva, verso la fine del secolo, prendere forme letterarie nell’Ecerinis di Albertino Mussato.
D’altra parte quello era stato uno dei periodi più fiorenti del Comune padovano, sia per lo sviluppo delle arti e del commercio che si riflettevano nella potente organizzazione interna delle fraglie ma più di tutto nella supremazia che esso riuscì a ottenere su quasi tutta la Marca. Vicenza travagliata dalla guerra antimagnatizia si era messa fin dal 1266 sotto la sua “custodia”, e due anni dopo anche Bassano veniva alle sue dirette dipendenze, mentre Treviso, Feltre e Belluno ormai ridotti sotto la Signoria dei Caminesi, fedele a Santa Chiesa e ai Guelfi d’Italia, la seguivano nella sua linea politica, che faceva capo a Bologna e a Firenze e agli Angioini di Napoli.
Rigido conservatore di una situazione che aveva permesso tanta ricchezza e splendore durante il grande interregno, doveva guardare con sospetto alla nomina di un nuovo re dei romani, che scendendo in Italia per le solenni incoronazioni, poteva spostare il peso delle forze politiche e dar vantaggio, anche nel ristretto ambito della Marca, alla rivale Verona.
L’elezione regia nella persona di Enrico conte di Lussemburgo ebbe luogo a Francoforte nel novembre 1308 e nel luglio dell’anno successivo Clemente V promise al nuovo re l’incoronazione in Roma. Nell’estate del 1310 poi, Enrico inviò una legazione in Italia perché si presentasse a tutti i Comuni annunziando la sua venuta per la festa di S.Michele e richiedendo la promessa di accettarlo come loro Signore, di inviargli, non appena fosse stato al di qua delle Alpi, un numero di armati adeguato alla sua dignità, con sindaci e procuratori per ricevere i suoi ordini; intanto fosse sospesa ogni guerra fino alla festa di Ognissanti e ognuno si preparasse a rendergli quei servigi ai quali era obbligato.
Alle richieste dei messi regi aderirono molte città dell’alta Italia. Milano le accettò esprimendo la speranza che il re avrebbe conservato il Capitano, i suoi amici e il Comune nel buono stato che si trovava, con tutti i privilegi ottenuti dall’Impero, e tale desiderio espressero Como e Crema. Ma Piacenza e Cremona risposero che esse dipendevano dalla volontà della Chiesa e che obbedivano all’Impero in quanto era una emanazione di essa.
Quando nel luglio 1310 i legati regi si presentarono a Verona furono ricevuti più onorevolmente che nelle altre città e ottennero assicurazione che tutti, grandi e piccoli, erano disposti ad obbedire agli ordini del re; che tutti anzi si rimettevano nella di lui volontà. Per di più essi furono presentati di vari doni. Solo presso il Patriarca di Aquileia, in Udine, dove erano anche il Conte di Gorizia e il Bano di Schiavonia essi trovarono altrettanta accoglienza. Vicenza non poteva che rimettersi alle decisioni dei Padovani, nonostante vi fosse allora podestà Nicolò di Lozzo che ospitò i legati regi nel suo castello, mostrandosi “chevalier et ami special” del re. In Treviso Rizzardo da Camino, per la risposta, chiese una dilazione fino al loro ritorno dal Friuli. I Padovani invece dopo i dovuti omaggi, risposero anche per Vicenza, mostrandosi lieti della venuta in Italia dell’Imperatore, ma dichiarando che essi intendevano di restar sempre buoni cattolici e devoti a Santa Chiesa, perché dalla Chiesa erano stati sempre custoditi e difesi, specialmente contro il perfido tiranno Ezzelino, che aveva fatto loro gran male e che per questo volevano sempre salvo l’onore unitamente di Santa Chiesa e del Santo Impero, per la difesa e conservazione della pace e della tranquillità in cui essi si trovavano.
Ed ecco non appena Enrico VII ebbe valicato il Moncenisio e venne ad Asti, fra le prime città che inviarono legazioni in segno di omaggio all’Imperatore troviamo Verona unitamente a Mantova, a nome dei rispettivi Comuni e Capitani. Procuratore per Verona fu il giudice Bommesio dei Paganotti, al quale si aggiunse poi, Bailardino Nogarola. Le istruzioni furono comuni per le due città. I legati dovevano esporre riverentemente come i loro Capitani e Comuni fossero sempre stati, come si proponevano di essere, fedelissimi e devotissimi al Sacro Impero, per il cui nome avevano sopportato molte e lunghe fatiche sino allora e che tanto essi quanto i loro Comuni volevano sottomettersi ai suoi ordini e volontà.
Signori e Comuni avevano per lungo tempo desiderato il felice avvento dell’Imperatore ed ora gioivano non solo per l’onore della sua persona e dell’Impero ma anche per il buono stato di sé stessi e di tutti i fedeli dell’Imperatore e dell’impero, e si offrivano a riceverlo affettuosamente, pronti ad obbedire ai suoi ordini con sincerità di devozione e di fede.
Bommesio si presentò ad Enrico il 2 dicembre. Non fece altrettanto Padova che certo attese l’atteggiamento delle città guelfe di Lombardia e specialmente di Milano dove la venuta del re metteva in ismanie il Dalla Torre.
Ma quando l’intervento pontificio aprì a lui le porte di milano dove tutti i vescovi della Marca, da quello di Verona a quello di Treviso, di Feltre, di Belluno e di Padova, si portarono per l’incoronazione, comparvero per la prima volta gli ambasciatori padovani e vicentini “ex nondum parentibus invitati vocatique” con l’incarico di dichiararsi non ultimi tra i fedeli dell’Imperatore per zelo e quando si presentasse l’opportunità anche con le opere. Ad essi venne data una risposta benevola e cioè che avrebbero ottenuto grazia presso l’Imperatore, qualora si fossero devotamente sottomessi.
Per quanto giunta in ritardo e solo il giorno dell’incoronazione, Padova aveva fatto ormai un buon passo per conciliarsi col re, tanto più che a Milano per la cerimonia, se comparvero le rappresentanze di tutti i Comuni della Marca, mancarono i Capitani di Verona e Mantova, forse per i motivi addotti dallo Spangenberg.
Subito dopo l’incoronazione il re nominò il Vicario generale per la Lombardia e i Vicari delle città che avevano prestato l’omaggio e inviò a Verona Vanni Zeno dei Lanfranchini da Pisa.
Come fosse ricevuto dai Veronesi e dagli Scaligeri questo rappresentante dell’autorità imperiale non sappiamo, ma il breve tempo della durata del suo ufficio, mentre a Milano continuavano le trattative tra il Comune di Verona, gli Scaligeri e il re, ci inducono a credere che egli fosse inviato solo con l’ordine di sistemare le cose. La legislazione comunaloe veronese, in seguito all’arbitrium concesso ai Capitani e alle modificazioni ed aggiunte fatte in loro favore a molte delle poste statutarie, era tale da considerarsi ormai una vera e propria carta signorile da non poter essere modificata né in breve tempo né senza gravi scosse.
Un’ambasciata dei Signori della Scala guidata da Bailardino Nogarola era intanto a Milano, indipendentemente da quella di Bommesio dei Paganotti e del notaio Alberto della Tuberella che il 23 gennaio erano stati nominati procuratori del solo Comune a nome del quale l’8 febbraio promisero un contributo al re di 3435 fiorini d’oro. Era questa l’ambasciata dei “viri solemnes” così la chiama il Mussato, che aveva il compito di rilevare come gli Scaligeri avessero sempre tenuti alti lo scudo e l’aquila dell’Impero per i quali avevaqno perfino affrontato la morte, come essi avessero sempre riconosciuto dall’Impero ogni loro dominio, come fossero disposti ad offrire la loro città per residenza dell’Imperatore. Ad essi infatti il re fin dai primi giorni della sua venuta in Italia aveva promesso la visita a Verona, assicurandoli che nulla sarebbe loro mancato di quello che avessero giustamente chiesto “nec iis deesse que iusta petierint”.
Gli Scaligeri furono infatti i primi ad ottenere dal re il Vicariato di Verona a titolo di privilegio. Era però necessario che questo nuovo atto non destasse il sospetto nelle città vicine, tanto più che a complicare le cose i veronesi fuorusciti con a capo i Sambonifacio e i Turrisendi avevano invaito a Milano un procuratore, perché trattasse con la parte intrinseca allo scopo di ottenere “l’arbitrium pacis”.
Sul corso di queste trattative le cronache sono discordi. Secondo gli Annales Mediolanenses gli Scaligeri, con denaro, avrebbero acquistato dai Sambonifacio i loro antichi diritti feudali, con l’approvazione dell’Imperatore. Secondo il Mussato invece gli Scaligeri si sarebbero rifiutati di trattare coi Sambonifacio e la loro parte, perché banditi come ribelli all’Impero fin dal 1229. Il tentativo dei Sambonifacio infatti non ebbe alcun successo, perché già il 10 febbraio, quando ancora non era stato nulla deciso intorno alla posizione dei due Scaligeri, che avevano segretamente rinunziato al Capitaniato del popolo, Enrico VII investì a titolo di feudo il notaio Jasco, procuratore del loro cugino Federico della Scala, delle ville di Marano, Volargne e Ponton in Valpolicella, vecchi feudi dei Sambonifacio e dei Turrisendi, che lo Scaligero diceva di tenere dall’Impero.
Mentre si svolgevano queste pratiche, anche i Padovani avevano inviato come ambasciatori al re due frati, uno dell’ordine dei Predicatori e l’altro dei Minori, perché sentissero quali modificazioni alla libertà, con opportune limitazioni dall’una parte e dall’altra potessero essere proposte, concedendolo il re. Ma i due frati tornarono senza aver concluso, anzi fra di loro discordi. Uno di essi riteneva che nulla si sarebbe ottenuto senza inviare un procuratore che presentasse al re l’atto di obbedienza.
Allora i maggiorenti di Padova inviarono una nuova ambasceria, alla quale si aggiunsero due popolani, Antonio da Vigodarzere e Albertino Mussato, per continuare l’opera precedentemente affidata ai due religiosi. Ed essi infatti dopo vari abboccamenti col Conte di Savoia, coll’Arcivescovo di Treviri, di Liegi, di Basilea e col Vescovo di Trento, dopo molti giorni consumati in varie conversazioni, ottennero i famosi “privilegia libertatis” dei quali parla il Mussato.
Tutto questo doveva avvenire nella seconda metà di febbraio e, probabilmente, fra la prima e seconda ambasciata padovana, scoppiò la sollevazione di Milano (12 febbraio).
La nomina di Alboino e Cangrande della Scala a Vicari Imperiali se non fu contemporanea, precedette o seguì di poco tempo la concessione dei privilegi di libertà alla città di Padova. E forse con questi atti il re poteva credere di aver creato la pace nella Marca, accontentando nelle loro domande, e pur salvando il decoro imperiale, le due città rivali. La nomina a Vicari Imperiali dei due fratelli scaligeri, già Capitani del Popolo, sarebbe avvenuta il 7 marzo. L’ambasciata Padovana tornò nella sua città per la ratifica dei patti convenuti col re qualche giorno più tardi.
Essa aveva ottenuto, per privilegio, che nel termine di ogni semestre, nei giorni in cui si soleva convocare l’assemblea per l’elezione dei reggenti, fosse data facoltà al Comune di Padova di eleggere quattro cittadini fedeli all’Impero, tra i quali l’Imperatore o chi per esso scegliesse il Vicario; che fosse accordato ai Padovani il governo della città di Vicenza, con investiture feudali perpetue; che i Vicari dell’una e dell’altra città fossero tenuti a conservare le leggi, i costumi, gli statuti, le consuetudini, le franchigie, le libertà ottenute in passato, rimanendo per l’avvenire vincolati con giuramento al sindacato dell’uno e dell’altro popolo.
Per questo privilegio il Comune padovano doveva versare alla Camera regia quindicimila fiorini d’oro annualmente, 60 mila fiorini in caso di discesa dell’Imperatore e in occasione delle incoronazioni, oltre al concorso di cinquemila fiorini d’oro per la milzia del Vicario della Provincia di Lombardia. Tali patti non furono ratificati dal Consiglio padovano. Il Mussato dice che tornando a Padova con l’ambasceria trovò la città indispettita contro il re, perché aveva creato Alboino e Cangrande Vicari di Verona, perché aveva respinto il ricorso di Vinciguerra conte di S.Bonifacio, che tutti credevano dovesse rientrare in patria, e perché già correvano voci che Rizzardo da Camino Capitano di Treviso Feltre e Belluno avesse inoltrato istanze e denaro per diventare Vicario delle sue città.
I legati dopo di averle esposte agli anziani, presentarono al Senato le condizioni dell’accordo, ma durante la lettura molti non seppero astenersi dal riso, dai fischi e dalle interruzioni; altri le ritennero addirittura pericolose alla città e soggiunsero essere abominevole il fatto che nella Marca potesse esservi un Vicario pubblico o privato, insopportabili le richieste di denaro e consigliavano piuttosto a provvedere alla difesa a munire le fortificazioni nei due Comitati di Padova e Vicenza e a prepararsi alla guerra. Infine fu deciso di soprassedere quindici giorni per attendere la risposta dell’ambasciata inviata al Papa.
Il re rimase molto risentito di tale atteggiamento e mentre forse meditava una severa punizione contro i padovani, gli si offerse l’occasione di togliere ad essi la città di Vicenza.
VICENZA AI PRIMI DEL 1300
Tutte le fonti sono concordi nell’affermare che le milizie imperiali furono accolte in Vicenza con giubilo, da ogni ceto della popolazione. “Omnis cum plebe nobilitas” dice il Mussato, cui fa eco il Ferreti. E lo Smereglo afferma che quelli che trattarono con l’imperatore furono “certi vicentini tam Guelfi quam Ghibellini”.
Sarà ben quindi esaminare per quanto è possibile la situazione interna del Comune di Vicenza sui principi del secolo XIV.
Dopo la morte di Ezzelino, il Comune, appoggiato all’alta autorità morale del Vescovo Bartolomeo, si trovò in lotta con le antiche case magnatizie dei Trissino, dei Vivaro, degli Arzignano, che lo Smereglo qualifica di parte imperiale e “timentes se tam de Episcopo Vincentino, quam de potestate et Comunitate Vincentie”. E fu appunto durante la vita del Vescovo Bartolomeo che il Podestà Nicolò Bazaleri di Bologna, citò tutti i Vicentini “qui erant de parte Imperii”, così che alcuni di essi fuggirono nel castello di Valdagno, altri subirono i tormenti e infine quasi tutti i capi della parte imperiale abbandonarono Vicenza e il suo distretto, iniziando una lunga guerra contro il Comune, che fu costretto a chiedere la custodia di Padova una prima volta nel 1263 e la seconda e definitiva nel 1265.
In seguito, invece, la potenza delle antiche famiglie feudali andò disgregandosi e alcuni rami di esse si appoggiarono al Comune e ai Padovani. Un ramo dei Breganze finiva in due donne, Odolia e Deodoscia e la prima di esse sposò il figlio del Podestà Padovano Aicardino di Litolfo, per cui si rese necessaria una modificazione allo statuto.
Questioni di interesse e di eredità divisero l’antico casato degli Arzignano. Egano che non aveva esitato di schierarsi contro il Comune di Vicenza ed aveva anche avuto l’ardire di esprimere parole di minaccia contro i Padovani in pieno loro Senato, venne ucciso dal nipote Rosso aiutato dai Serego. Rosso protetto dai Padovani e pressochè impunito, si appoggiò al Comune e da lui trasse origine il ramo guelfo degli Arzignano, mentre i discendenti diretti di Egano, che seguirono le tradizioni imperialiste della casa, presero la via dell’esilio. Lo stesso avvenne dei Trissino. Panensacco per sostenere la lotta con Miglioranza ricorsa in aiuto al Comune e ai Padovani, si fece guelfo e con Angelo Verlato e Gualdinello Bissaro, nel 1290, fece arrestare il Conte Beroaldo. I Trissino Ghibellini furono invece perseguitati ed esiliati.
Il Conte di Vicenza Beroaldo riuscì a mantenersi in città fino al 1290, ma in quell’anno morì sui tormenti e pure Giordano Serego che volle vendicarlo e tentò di sollevare il popolo, venne condannato e decapitato. Quattro della famiglia da Vivaro furono banditi, nello stesso anno, mentre tra gli amici dei Padovani troviamo Angelo Verlato, Sigonfredo d’Arzignano figlio di Rosso e Morando Trissino.
Le scissioni degli antichi casati ne avevano diminuita la potenza. Gran parte dei Nobili erano diventati amici dei Padovani ed erano entrati a far parte del Comune, di carattere prevalentemente guelfo, dove fin dal 1264 le fraglie in numero di otto erano rappresentate nell’anzianato, composto di dodici membri, dei quali solo quattro eletti dai quartieri.
Nelle arti più nobili dei Giudici e dei Notai erano pure entrati a far parte membri di famiglie nobili o ricche del popolo come i Bissaro, i Vello e i Marano, i Loschi, i Porti, i Proti, i De Collo, i Ganzera, i Piciga, i Cozade.
Dell’uno e dell’altro ceto alcuni poi erano stati puniti col bando e la confisca dei beni, per omicidio. Fra questi troviamo oltre i Sarego, un Tiepolo, lo stesso Sigonfredo d’Arzignano che aveva istigato l’uccisione, nella villa di Montebello, di certo Biagio di Guido May, notaio di Vicenza e ghibellino. Infine un altro giudice, Sigonfredo Ganzera, in seguito alla morte del Conte Beroaldo, perduto il padre, ebbe confiscati i beni e trovò asilo in oriente presso il re di Cipro.
Il Comune di Vicenza era sotto la “custodia” di quello di Padova, che vi teneva un presidio militare e vi inviava il Podestà. A lungo andare la custodia era diventata un vero dominio, e i vicentini se ne erano bene accorti, tanto più che i Padovani erano riusciti ad ottenere il diretto governo di Bassano e di Lonigo ritolto ai Veronesi.
Motivi di lagno avevano i Vicentini verso i loro custodi per i matrimoni contratti da cittadini padovani con donne vicentine e per vari acquisti di terreni da essi fatti in territorio vicentino, contro quanto era chiaramente sancito negli statuti. Ma non avevano mai tentato di sottrarsi a quel giogo, per non dover ricorrere in aiuto a chi era pronto ad addossarne loro uno nuovo ed altrettanto pesante.
Che in Vicenza non mancassero le simpatie verso gli Scaligeri lo dimostra il sospetto, anzi il timore suscitato nei padovani da quella festa indetta da Nicolò di Lozzo, alla quale presero parte bellissimi destrieri e cavalieri con le armature recanti lo stemma della Scala. Ma si trattava sempre di simpatie nate in odio ai dominatori diretti. Solo il presentarsi di un’occasione che potesse promettere se non l’autonomia, almeno l’indipendenza dai Comuni viciniori e il desiderio della libertà comunale, così profondamente sentito in quell’epoca, potevano in un momento di speranza e di entusiasmo, unire insieme vicentini intrinseci e fuorusciti, guelfi e ghibellini, nobili e popolani. Questa occasione si presentò quando scese Enrico VII in Italia.
Se la sollevazione vicentina contro i Padovani fosse stata sobillata dagli Scaligeri, non avrebbe ottenuta la necessaria unità di spiriti. Fra i capi del movimento forse solo uno tramava per consegnare la città ad esso e questo non poteva essere che Marcabruno da Vivaro.
I Vivaro ebbero grande importanza nella storia vicentina specialmente nel periodo comunale che precedette l’avvento della Signoria di Ezzelino. Nella seconda metà di quel secolo e precisamente nel 1265 Artusio e Rodolfo da Vivaro figurano tra i magnati ribelli al Comune; nel 1290 quattro della famiglia furono confinati.
Invece Marcabruno figlio di Artusio nel 1306 è in patria, primo vassallo del Vescovo Altigrado dei Cattanei di Lendinara che lo aveva investito dei feudi retti di Castelbelvicino, Torrebelvicino, castello e villa di Magrè, castello e villa d’Isola, di Montecchio Precalcino, del contado di Pocoleto e della decima di Schio. Ma questa sua posizione non gli aveva impedito di stringere relazioni e parentele con famiglie feudali e imperaliste e sua figlia Speronella andò sposa a Guglielmo di Castelbarco, l’amico degli Scaligeri. Il Ferretti addita Marcabruno come capo della congiura interna, della “clandestina factio” come la chiama il Mussato e con lui nomina Giacomo Verlato, Guido Bissaro, Salamone di Marano, tutti di famiglia guelfa e giudici.
Fra gli estrinseci che consigliarono i concittadini a scuotere il giogo dei Padovani ricorrendo all’aiuto del re, figura un altro giudice vicentino, Sigonfredo Ganzerra che, come si è visto, da circa 20 anni si trovava in esilio. Come egli capitasse da Cipro con una missione di quel re per la Curia pontificia e come giunto in Italia, spinto dall’amore al natìo loco e dalla speranza del ritorno in patria, attraversasse senza essere riconosciuto il territorio vicentino, in compagnia del genero Bugamante dei Proti, altro giudice, e attendesse a Verona tre giorni un atto di procura steso dai concittadini (forse si potrebbe dire dai colleghi o confratelli dell’arte) per presentarsi a Enrico VII in Milano, narra distesamente il Ferretti.
Le trattative col re dovettero aver luogo nella seconda metà del mese di marzo e nella prima dell’aprile di quell’anno, nel periodo di tempo in cui il Comune di Padova attendeva da Avignone il consiglio del Papa.
Enrico e i suoi Consiglieri compresero che la proposta dei Vicentini di occupare la città con le forze imperiali meritava di essere presa in considerazione, perché di facile riuscita se condotta a termine al più presto e di sorpresa.
Il re incaricò infatti il Vescovo Aimone di Ginevra e il Signor di Clairac, ai quali consegnò molte milizie, perché seguissero il legato dei Vicentini. Partiti così da Milano incontrarono per via Vannizeno da Pisa, che aveva da poco lasciato il suo ufficio di Vicario dopo la nomina dei due Scaligeri; gli impedirono di tornare e in pochi giorni giunsero a Verona.
Alboino e Cangrande della Scala, richiesti di aiuti, come conobbero le intenzioni del re, si mostrarono oltremodo contenti. Intanto ricorreva la Pasqua. Cadde in quel giorno una abbondantissima pioggia, tanto che tutti i fiumi e i torrenti furono in piena e gran parte delle campagne sommerse. Questo fatto ritardò di qualche giorno l’impresa, mentre fidati messi mantennero le relazioni coi Vicentini. La mattina del 15 aprile, mentre le milizie imperiali con gli aiuti veronesi si avvicinavano alla città, i capi della congiura scesero nella piazza con le bandiere e i gonfaloni fregiati delle aquile imperiali, consegnarono la Porta Nuova al Vescovo di Ginevra e Cangrande irruppe a capo dei suoi nella città. Il Podestà Giovanni da Vigonza fu preso con tutta la famiglia e il presidio della custodia padovana ridotto fra le mura dell’Isola, cercò una via di scampo.
Così Vicenza per tanti anni soggetta a Padova poteva credere di aver scosso il giogo della servitù.
Rientrarono in città i Trissino e i figli di Egano di Arzignano e Buverio figlio del Conte Beroaldo, e più tardi per interessamento del re i banditi per reati comuni come i Serego, i Tiepolo e Sigonfredo d’Arzignano. Morando Trissino detto Panensacco e Uguccione di Arzignano che tentarono di riparare nei castelli del distretto furono fatti prigionieri e condannati. Morando si riscattò pagando una grossa somma e Uguccione fu poi rilasciato. Il primo riparò poi a Padova e Uguccione e i figli rimasti in Vicenza furono considerati come sospetti.
A Padova fuggirono i giudici Enrico Ravasino e Bommassaro del Colle e lo stesso Vescovo Altigrado dei Cattanei.
Il primo Vicario imperiale Vanni Zeno da Pisa durò in carica circa tre mesi. Sotto di lui si iniziò la nuova compilazione degli statuti che dovette poi essere ultimata sotto il suo successore.
Gli statuti vicentini del 1311 portano grandi modificazioni alla precedente legislazione. Il Vicario che dura in carica sei mesi presta giuramento uguale a quello del Podestà, “salvo plus et minus ad voluntatem domini Imperatoris”. In essi non si fa cenno del Minor Consiglio né degli Statutari, mancano il Sacramentum Sequendi e il Sacramentum Comunatie, ma il potere legislativo è sempre conservato dal Consiglio Maggiore e gli offici ordinari e straordinari sono pressochè quelli dello statuto del 1264.
Più rigide e più gravi sono le disposizioni riguardanti i beni dei forestieri nel Vicentino, che colpiscono direttamente e precipuamente gli interessi dei Padovani e le famiglie nobili vicentine ovunque abitino nella città o nel distretto sono considerate come se abitassero in città e ammesse “ad honores omnes et etiam factiones cum comuni Vicentiae”.
Questa posta è molto significativa quando si pensi che il Comune Vicentino non ebbe mai forze sufficienti a sostenere la lotta antimagnatizia e quindi non riuscì mai ad assorbire completamente la nobiltà che preferiva sottrarsi al controllo del Comune vivendo alla periferia del suo territorio, nei castelli aviti. Questa nuova disposizione votata dagli stessi nobili ex gulefi e ghibellini deve essere interpretata come una spontanea accettazione della legge comunale da parte di essi, nell’entusiasmo della liberazione del loro Comune dal dominio padovano, entusiasmo ancora vivo almeno in alcuni, nel novembre di quell’anno, come si può vedere dal testamento del Conte Buverio, che rinunzia al Comune tutti i suoi Castelli e fortilizi.
Ma il breve vicariato di Vanni Zeno è caratterizzato da alcuni fatti importanti che ci mostrano come i Vicentini che dirigevano la cosa pubblica non avessero un preciso senso delle loro possibilità e dei limiti della loro tanto sospirata libertà. La confisca dei beni mobili e immobili dei Padovani e più di tutto la deviazione del corso del Bacchiglione, che essi decisero e attuarono probabilmente verso la fine dello stesso aprile; la sollevazione contro il Vescovo di Ginevra, che voleva colla sua autorità distoglierli dal proposito, (sollevazione dalla quale il regio consigliere solo a stento riuscì a salvarsi nella torre del Vescovado; infine il rifiuto di voler pagare il Castellano e i soldati inviati dal re e di fortificare il castello, fatto questo che provocò un ordine di Enrico meravigliato del loro contegno, tanto più che il presidio era stato mandato proprio “pro utilitate et serenitate vestris et pro pacifico statu vestro, bona fide”, mostrano come i Vicentini intendessero il Vicariato in quei primi momenti e quali difficoltà incontrasse Vanni Zeno da Pisa a far valere la volontà dell’Imperatore.
Questo accadeva quando Padova, fortemente impressionata dalla perdita di Vicenza, mentre dapprima si proponeva una pronta vendetta, chiedendo aiuti anche a Firenze, davanti all’avanzarsi dell’esercito imperiale che stava cingendo d’assedio la città di Brescia, seguì il consiglio di Albertino Mussato e iniziò trattative con la curia imperiale e precisamente col Vescovo di Ginevra.
Un primo convegno ebbe luogo a Barbano dove il Vescovo, dopo aver raccomandato l’obbedienza, si impegnò di impedire ai Vicentini la devizione del corso del Bacchiglione, senza nulla ottenere, come abbiamo visto.
Intanto il 6 giugno Padova per mezzo di suoi legati giurava fedeltà all’Imperatore ed otteneva gli stessi “privilegia libertatis” concordati fin dal febbraio, ma solo per la durata di sei anni, senza l’investitura feudale perpetua di Vicenza e dietro versamento di ventimila fiorini d’oro annui alla camera regia. Il re poi con diploma dello stesso giorno ordinava che i Padovani potessero godere dei beni immobili posseduti nel territorio vicentino col solo obbligo di venderli qualora il Comune o altra privata persona di Vicenza e suo distretto avessero voluto acquistarli e che i Vicentini restituissero tutti i beni mobili sequestrati ai Padovani nel giorno della liberazione della città e lasciassero in libertà i prigionieri. Nondimeno l’ordine non fu eseguito dai Vicentini, né, a quanto pare vennero intavolate trattative fra i due vicari imperiali, dopo che Padova ebbe il suo in Gherardo da Enzola.
Tutto questo avveniva durante il primo vicariato vicentino di Vanni Zeno da Pisa, che tenne il suo ufficio, a quanto pare, con scarsa autorità, fino alla metà di luglio, attirandosi all’ultimo momento anche le ire del Vescovo.
Secondo il Ferretti, Altigrado Vescovo di Vicenza che egli dice “benignus et sapiens”, dopo la conquista della città, se ne fuggì travestito. Quale fosse la ragione della fuga non sappiamo di preciso. Egli era padovano dei Cattanei di Lendinara e sorprende che uno dei capi della congiura per dare in mano la città agli imperiali, sia stato proprio Marcabruno da Vivaro suo primo vassallo ed avvocato.
Altigrado fuggito a Padova, aveva ricevuto lettere dal Comune di Vicenza colla preghiera di investire Marcabruno anche delle ville di Gussago, Grancona e Villa del Ferro, ed aveva risposto di non potere “de iure”. Il 1 luglio poi da Padova, nel Palazzo di Enrico Scrovegno, lanciava la scomunica contro Marcabruno e Barbetta suo fratello naturale per aver voluto spogliare la chiesa vicentina dei suoi beni e Vanni Zeno da Pisa, vicario imperiale, per averlo permesso, minacciando il detto Marcabruno di privarlo di tutti i feudi che tenesse dal Vescovado. I colpiti protestarono per mezzo di loro procuratori, prima davanti al Vicario Vescovile di Vicenza il 6 luglio e poi davanti al Vescovo Altigrado il 20 dello stesso mese, (quando ormai Vanni Zeno era “olim vicarius”), appellandosi al Patriarca di Aquileia.
Ma intanto veniva sostituito il vicario imperiale con Aldrigetto di Castelbarco. Era questi nipote di quel Guglielmo che aveva sposato Speronella da Vivaro figlia di Marcabruno, e nella sua nomina si può sospettare l’influenza degli Scaligeri da una parte, che potevano contare su di un amico e del Vivarese che poteva considerarlo come parente.
Con la venuta di Aldrigetto divenne più acuta la controversia col Vescovo. Sotto la presidenza di lui infatti il Consiglio Maggiore della città deliberò di esigere un vecchio debito di 2400 lire di denari piccoli che il Vescovo aveva contratto col Comune e il sindaco aveva inviato nelle ville dipendenti dal Vescovado i suoi procuratori ingiungendo ai gastaldi e lavoratori di non corrispondere più i canoni al Vescovado, ma di condurre i prodotti nella piazza del Comune di Vicenza, perché fossero venduti fino all’estinzione del debito stesso.
Altigrado allora, prima minacciò e poi lanciò l’interdetto sulla città e sui sobborghi. Vicenza così oltre ad essere invisa ai Padovani, inimicata a un consigliere della curia imperiale, richiamata dall’imperatore, veniva a trovarsi davanti ad una nuova lotta col suo Vescovo che aveva abbandonato la residenza.
Il Castelbarco il 26 di quel mese fece chiamare nella sala superiore del suo palazzo Bonacorso da Costoza Vicario del Vescovo e frate Odone, camerlengo, mostrando loro come la deliberazione presa dal Consiglio fosse giusta e ragionevole e come i beni dati in tenuta da Vanni Zeno non fossero beni vescovili. Pregava i due prelati di voler far presente tali circostanze al Vescovo significandogli che qualora si fosse trovato ingiustamente gravato, egli come vicario imperiale era disposto di rendergli ragione, ma che risiedendo in Padova, città nemica di Vicenza, non poteva avere notizia delle sue lamentele.
Simile protesta sollevò nello stesso giorno e davanti ai due prelati il notaio Marco Pigafetta, come sindaco e procuratore del Comune, aggiungendo che se il Vescovo era assente da Vicenza, dove era tenuto a governare spiritualmente “quam gubernari spiritualibus tenetur et debet”, il Vicario e il Consiglio di Vicenza erano invece desiderosi che egli tornasse nella sua residenza, poiché Iddio sapeva che il Comune e gli uomini di Vicenza erano innocenti; che se egli avesse proceduto così ex abrupto all’interdetto sarebbero ricorsi in appello al Patriarca di Aquileia. Il 31 luglio poi Aldrigetto di Castelbarco congregato il Consiglio dei 500 inviava il notaio Vincenzo di Michele come procuratore suo e del Comune, perché si presentasse al re Enrico e ad Ottobono Patriarca di Aquileia a giustificare il Comune e il Vicario e fare tutti quegli appelli che fossero del caso.
Ma oltre a ricorrere alle superiori autorità il Castelbarco non mancò di trattare direttamente col Vicario e ricorrendo poi alle precauzioni, il 2 agosto, pur sostenendo che né Vanni Zeno né lui accordarono mai ad alcuna persona tenute dei beni vescovili e nemmeno a Marcabruno e a Giacomo Barbetta, dichiarava nulle dette concessioni, qualora fossero avvenute, mentre l’11 dello stesso mese contro la scomunica del Vescovo, si appellava al Patriarca di Aquileia. Finchè il 31, per intercessione di frate Francesco dell’ordine dei predicatori e inquisitore “heretice pravitatis”, di Aiulfo dell’ordine dei Minori e dell’Arciprete della Chiesa vicentina, venne ad una composizione col Vescovo, che incaricava i suoi fattori e gestori a pagare al Comune di Vicenza 1300 lire ed egli come Vicario Imperiale si impegnava di rimuovere ogni riforma fatta dal Consiglio della città in occasione del predetto debito, in pregiudizio del Vescovado. Dopo di che Bonaccursio da Costoza, Vicario vescovile, fu autorizzato a sollevare la città e i sobborghi dall’interdetto.
Aldrigetto, composta così la controversia col Vescovo, si trovò di fronte ai due problemi davanti ai quali i Vicentini avevano mostrato la massima intransigenza, quello riguardante i beni dei padovani nel vicentino e quello sul corso del Bacchiglione deviato.
Il re sulla questione dei beni si era già espresso con suo diploma, ma i suoi ordini non erano stati eseguiti. Padova e Vicenza come abbiamo visto si consideravano, ancora nel luglio, due città nemiche e forse non furono mai intavolate trattative dirette tra Padovani e Vicentini o tra i due Vicari Imperiali.
Un grande protettore di Padova fu in quell’occasione il Vescovo di Ginevra, che condusse seco il Mussato e lo presentò al re, lodando in sua presenza, le remissione e fedeltà dei Padovani e forse l’illustre prelato avrebbe potuto condurre in porto la causa che aveva preso tanto a cuore se, colto dalla peste che cominciava a diffondersi minacciosa in Lombardia, mentre voleva far ritorno alla sua Ginevra, non fosse morto in Ivrea il 13 ottobre 1311.
Non si sa quando Aldrigetto di Castelbarco incaricasse quella commissione eletta da lui e dagli Anziani e costituita da Marcabruno da Vivaro, Guglielmo dei Proti, Pietro Manfredi giudici e Grandelino Zuanetti notaio, perché esaminasse i diritti del Comune e dei cittadini di Vicenza che dovevano avere qualche cosa o avevano ricevuto danno dal Comune di Padova, in base ai cui risultati pronunciò, nel dicembre, una sentenza contraria agli ordini espressi del re.
In ogni modo Aldrigetto di Castelbarco ebbe maggiore energia che il suo predecessore. Nelle controversie col Vescovo agì spesso direttamente separando la propria autorità da quella del Consiglio Maggiore. Anzi egli non esitò per venire a una composizione con Altigrado a cassare una deliberazione presa dal Consiglio dei Cinquecento, sia pure limitatamente a quello che poteva tornare di pregiudizio ai beni del Vescovado.
E bisogna credere che questa sua autorità abbia avuto un riconoscimento ufficiale dallo stesso Consiglio Maggiore. Nell’atto infatti con cui nel febbraio dell’anno successivo (1312) il Consiglio stesso concederà a Cangrande l’arbitrio di nominare i sei savi alla guerra e a questi l’arbitrio generale nel governo del Comune, è scritto “Et idem dominus Vicarius et sapientes habeant simile et maius arbitrium in omnibus ut habuerunt alii vicarii et sapientes cum eis ad similia electi”. Tanto Vanni Zeno quanto Aldrigetto avevano dunque ottenuto l’”arbitrium” unitamente a un consiglio dei sei savi? Il Ferretti pare confermarlo quando racconta che l’ambasciata inviata a Genova non era stata eletta dal “senatus decurionum” ma da “inprobi jam scelus nitentes, qui cives omnia subvertere”, e quando egli dice che espulsi dalla città quasi tutti i buoni “quattuor non amplius hujus laceranda commendatur a prefecto respublica” e che questi furono Marcabruno da Vivaro, Guido Bissaro, Pietro e Bugamante Proti.
Per mezzo di questo Consiglio di savi che avevano ottenuto l’arbitrio del Consiglio Maggiore, Aldrigetto forse preparò l’avvento di Cangrande al Vicariato e per mezzo di questo stesso consiglio lo Scaligero diventò in seguito Signore di Vicenza.
VENTI DI GUERRA NELLA MARCA
Enrico VII, finito l’assedio di Brescia il 29 settembre, dopo il convegno di Pavia, entrò in Genova il 21 ottobre ed erano con lui oltre Cangrande della Scala, le ambasciate di Verona e di Vicenza. Da quest’ultima città era stato inviato, scelto fra la nobiltà, Sigonfredo da Arzignano, con Marco Bosso del popolo maggiore (ex plebe media) e altri due egregi giovani di minore prosapia, dei quali uno, Ferrario, figlio di Guido Lanzate morì in Genova, probabilmente di peste.
Dice il Ferretti che questi non furono scelti dal Senato, vale a dire dal Consiglio Maggiore, ma da quei cittadini che si proponevano di sovvertire ogni cosa. E che Sigonfredo sia stato inviato a Genova per allontanarlo dalla città, è probabile.
Da Verona partirono i soliti giudici Nicolò Altemanno e Bommesio Paganotti; da Padova Rolando da Piazzola; Jacopo Alvarotti, giudici, Giovanni Enrico Capodivacca e Albertino Mussato.
Ma mentre quasi tutte le città dell’alta Italia avevano i propri rappresentanti presso il re, più il suo esercito si allontanava, esse riprendevano la propria autonomia e libertà di movimento. E sotto la spinta di Firenze e di Re Roberto di Angiò si andavano rapidamente ricomponendo le fila di una lega quelfa che nei primi giorni di dicembre dava l’impressione di essere “tota insimul colligata”.
Il formarsi segreto di questa lega, che darà origine ad una aperta sollevazione di molte città dell’alta Italia nella primavera successiva, ma si paleserà con qualche moto separato nello stesso dicembre 1311, ci spiega la ragione dell’atteggiamento preso in quel tempo, dai Vicari di Vicenza e Verona.
In Verona Alboino della Scala, per la malattia contratta sotto le mura di Brescia, si aggravava sempre di più, rendendo necessaria la presenza del fratello, che partito da Genova verso il 20 di novembre compiva in cinque giorni l’intero viaggio. Morto Alboino della Scala il 29 novembre, Cangrande divenne solo Vicario di Verona. Negli statuti veronesi del 1328 una delle poste ricorda l’arbitrium che gli fu concesso, certo dal Consiglio dei Gastaldioni e dalla concione probabilmente subito dopo la morte del fratello, poiché simile concessione chiederà al Consiglio Maggiore vicentino due mesi dopo.
Il re partendo da Brescia, aveva condotto seco settanta magnati bresciani di parte guelfa fino a Genova, ma questi dopo pochi giorni abbandonavano senza permesso la curia imperiale e tornavano nelle ville e nei castelli del cremonese e del bresciano cercando di sollevare la parte guelfa nell’interno delle stesse città. In Brescia i ghibellini cacciati riuscirono in un secondo momento ad avere ragione degli avversari, con l’aiuto di Bergamo, di Cremona, di Matteo Visconti e di Cangrande.
Anche in Vicenza un certo malcontento si era diffuso fra alcuni ex guelfi che avevano favorito la cacciata dei Padovani. Cessato il primitivo entusiasmo, essi stavano accorgendosi che il Comune invece di aver ritrovato la sospirata libertà, era caduto in mano di pochi che disponevano della cosa pubblica a loro piacimento. Gravi erano stati i provvedimenti fissati sia per soddisfare alle richieste del re, sia per mantenere le sue milizie, i suoi castellani. Essi erano convinti ormai che la città fosse in “malo statu” e che si dovesse provvedere per salvarla. Ma come? A chi avrebbero potuto ricorrere? Non certo ai Padovani che essi avevano traditi e che tornando a Vicenza potevano proprio su di loro sfogare le proprie vendette.
D’altra parte gli ex guelfi che erano stati capi della sollevazione e che ora tenevano con Aldrigetto e Marcabruno il Comune nelle loro mani, avevano ragione di temere una ritorsione da parte dei Padovani e quanto più minaccioso serpeggiava per le città d’Italia il desiderio di scuotere il giogo imperiale e quanto più palese si mostrava il rinascere del guelfismo, tanto più erano portati ad appoggiarsi allo scaligero contro un’eventuale ripresa di attività da parte del Comune di Padova.
Quello che meglio di ogni altro rappresenta lo stato d’animo degli ex guelfi vicentini è Sigonfredo di Arzignano.
Figlio di Rosso che aveva ucciso lo zio Egano per questioni di eredità, figura nel 1290 tra i guelfi amici dei Padovani, anzi fra gli otto consiglieri che dovevano designare i ghibellini da confinare. Ma nel 1309 come mandatario degli uccisori del notaio Biagio di Guido Maij, è bandito, condannato a morte, e i suoi beni vengono confiscati.
Riesce a tornare in città dopo la cacciata dei Padovani, probabilmente in seguito all’amnistia concessa da Enrico VII in favore dei Serego e di altri banditi. Si trova nuovamente in lotta coi parenti per divisioni di beni. Uno dei suoi figli che è in Padova, grande amico dei Macaruffi, lo odia a morte. Viene inviato, probabilmente allo scopo di allontanarlo dalla città, come ambasciatore presso il re in Genova, ma, impaziente, abbandona la curia imperiale senza permesso e ritorna in Vicenza. Viene citato dal Podestà ed egli comprende di essere ritenuto un sospetto. Cerca di scuotere i suoi amici dicendo che la città è mal governata, troppo carica di balzelli, e che è necessario provvedere e presto. Vorrebbe fuggire in Padova, ma non è sicuro di esservi bene accolto. Non ha altre speranze che in un prossimo ritorno dei Padovani.
Quando Enrico VII nominasse Cangrande Vicario Imperiale di Vicenza non è precisamente noto. Che di questa possibilità si parlasse durante l’assedio di Brescia e quindi fin dal settembre 1311, si potrebbe arguire da un passo del Hitinerarium Italicum. D’altra parte non si spiega come Albertino Mussato e gli altri ambasciatori Padovani, che si fermarono presso la curia imperiale fin quasi alla fine del gennaio 1312, non fossero venuti a conoscenza della intenzione del re. Bisognerebbe quindi circoscrivere la data di nomina tra il 26 gennaio 1312 e l’11 febbraio, giorno in cui Cangrande prese possesso del Vicariato.
Il Mussato fa scoppiare la notizia come un lampo a ciel sereno. Il Ferretti parla di nascoste trame. Cangrande avrebbe fatto chiamare i suoi fidi tra i vicentini, fomentando fra essi l’odio contro gli altri cittadini e promettendo i “Fasces populares” (gastaldionati delle Arti?). Questi “censu dato” avrebbero chiesto al re il vicariato per Cangrande, facendogli credere che questo fosse il vivo desiderio dei Vicentini, e inviando documenti muniti dei sigilli comunali. Il re senza indagare ulteriormente, avrebbe nominato lo Scaligero.
Bisogna osservare che lo statuto vicentino del 1311 compilato come abbiamo visto nell’estate di quell’anno, stabilisce la durata di sei mesi per l’ufficio del Vicario Imperiale. Aldirgetto di Castelbarco che aveva assunto tale carica fin dal luglio, doveva quindi scadere al più tardi entro gennaio. La nomina del nuovo vicario era senza dubbio in quel mese attesa dai vicentini, veronesi e padovani con una certa ansia. Da essa doveva infatti apparire ormai chiaro l’indirizzo politico dell’Imperatore, verso Padova e lo Scaligero. Non si spiega quindi come il Mussato e l’ambasciata padovana, tornando da Genova, contenti di aver ottenuto dal re un secondo diploma in loro favore per i beni nel Vicentino e per il corso del Bacchiglione, non si curassero della prossima nomina del Vicario di Vicenza che poteva precipitare irrimedibilmente gli avvenimenti.
Infatti ben altro si stava meditando in Padova. Bommassaro del Colle, il fuoruscito vicentino, fin dal 10 febbraio, prima cioè che Cangrande prendesse possesso del vicariato di Vicenza e prima che il Mussato e Rolando da Piazzola facessero le loro eloquenti relazioni nel Consiglio Maggiore, aveva inviato a Bompietro Miliori di Vicenza, un nunzio, di nome Mosolo da Padova, con uno scritto, significandogli come i Padovani intendessero liberare la città di Vicenza, senza offendere nessuno dei vicentini, meno quattro e cioè Marcabruno da Vivaro, Pietro Proti, Guido Bissaro e Trivisolo.
La sera dell’11 febbraio Cangrande entrò in Vicenza. Quel giorno, penultimo del suo vicariato, Aldrigetto di Castelbarco aveva fatto riunire il Consiglio dei Quattrocento per l’apporvazione del dazio sul vino al minuto. E’ notevole il fatto che il giudice proponente sia, questa volta, il veronese Bommesio dei Paganotti, che doveva essere tornato dalla sua legazione di Genova. Erano presenti 245 consiglieri e il dazio venne approvato con 137 voti contro 108. Il 12 febbraio successivo, Cangrande prese possesso del Vicariato e ne inviò poi comunicazione anche al Comune di Padova.
Tale notizia secondo il Mussato, giunse proprio nel giorno in cui il Consiglio Maggiore stava discutendo sulla relazione dei legati di ritorno da Genova e provocò un vero tumulto. Non valsero i richiami alla moderazione, le aquile imperiali vennero abbattute e venne decisa la guerra.
Gli avvenimenti militari sono noti. I Padovani inviarono Demetrio dei Conti alla Motta e Martino Cane a Camisano, dove questi due nobili possedevano delle case fortificate in territorio vicentino.
Cangrande approfittò del momento e chiese al Consiglio Maggiore Vicentino l’arbitrium sull’elezione dei sei savi alla guerra e “super maleficiis puniendis”. La cosa fu discussa in Consiglio il 23 febbraio e approvata il 27 con 118 voti contro 25. A Cangrande veniva così accordata la facoltà di eleggere i savi per la durata che volesse o credesse utile a trattare gli affari del Comune. Per di più il Vicario e i Savi erano autorizzati “omnia facere et operari que utilia putaverint et bona pro bono statu comunis Vincentie”.
Ottenuto questo, Cangrande attese alle operazioni militari. Riuscì a conquistare la Motta e fece un tentativo contro Camisano. Fortificò poi Montegalda, donde inviò i suoi soldati a razziare in territorio padovano, mentre i Padovani entravano in quello veronese ad oriente dell’Adige e dell’Alpone fino a Minerbe, Porto di Legnago, Cologna e Lonigo.
Oltre a questo, come forse aveva già fatto in Verona, staccando nettamente le funzioni del Vicario da quelle del podestà comunale, e riservandosi il semplice titolo di Vicario, nominava podestà di Vicenza il cugino Federico della Scala.
A questo nuovo mutamento delle funzioni del Vicario Imperiale, egli forse fu portato dalle difficoltà di non poter esercitare in due città diverse lo stesso incarico; in pratica egli riuscì in tal modo a ripristinare sotto altro nome, anche in Vicenza, quella posizione di Signoria, che gli Scaligeri tenevano di fatto, precedentemente alla discesa di Enrico, come Capitani del Popolo sul Podestà ed il Comune. Di Verona.
Intanto si stava tessendo la trama per tradire Vicenza ai Padovani. Oltre Bommassaro del Colle, anche Albertino di Castelnuovo inviava ad Enrico Malacapella certo Boni di Marcabruno da Barbarano, con una lettera di credenza, perché gli chiedesse se fosse disposto a cedere a lui e ai Padovani il castello di Barbarano. Il Malacapella si dichiarò disposto di dare una risposta in Mossano, dove dopo pochi giorni veniva inviato come capitano.
Da Mossano infatti il Malacapella, ai primi di marzo, mandò il Boni a Padova, che una sera, proprio in casa Mussato, parlò al Mussato stesso e a Bommassaro del Colle e comunicò loro che era disposto a cedere il castello di Barbarano. Ma il Mussato e il Del Colle chiesero al Boni se il castello poteva essere poi mantenuto. E poiché Boni rispose che no, decisero di soprassedere e di occupare il castello in seguito, se fosse stato il caso.
Il giorno dopo, in casa di Bommassaro del Colle, Albertino di Castelnuovo diede al Boni una lettera di credenza pel Malacapella, chiedendogli il castello di Barbarano che egli riteneva di poter conservare mandandovi grande quantità di cavalieri e fanti. Il Boni consegnò la lettera al Malacapella nel giardino di Bompietro dei Miliori, ma non se ne fece nulla.
Più tardi come vedremo anche Martino Cane dal campo di Camisano per mezzo di Lucca suo famiglio e Giacomino Gasparini, terrà segrete corrispondenze con Sigonfredo d’Arzignano. Intanto anche Benecà di Marano verso i primi di marzo aveva mandato un suo nunzio di nome Pizolbono a Padova, presso Pantaleone Buzacarini per fargli conoscere come egli temesse che le trattative venissero scoperte e come fosse suo vivo desiderio di poter andare a Padova per dimorarvi sicuramente. Pantaleone gli aveva risposto assicurandolo che in Padova avrebbe avuto la stessa accoglienza di Morando Trissino, ma che per intanto era necessario che egli parlasse coi suoi amici di Vicenza per strappare la città dalle mani dello Scaligero.
Martino Cane da Camisano prometteva a Zagnino Tiepolo quello che Bommassaro aveva promesso da Padova e cioè che tutti i guelfi di Vicenza potevano tenersi sicuri. Ma questo capitano cercava anche di stabilire segreti accordi per impadronirsi possibilmente della persona di Cangrande, o dei suoi amici, approfittando dello stesso valore e slancio dello Scaligero e consigliava che qualora il Vicario fosse tornato a Camisano, i guelfi lo lasciassero andare avanti con le sue genti ed essi stessero indietro. Questa cosa Zagnino doveva comunicare ai suoi amici più fidi, e la comunicò infatti a Gualdinello di Colzade, a Sigonfredo di Arzignano e a Benecà di Marano. Ma i tre furono d’accordo di tenere il tutto segreto, fino a momento opportuno. Inoltre, per un colpo di forza, Gualdinello di Colzade pensava che occorressero 200 cavalieri che dovevano essere forniti dallo stesso Martino Cane. Il quale nel giorno di giovedì santo per mezzo sempre di Lucca suo familiare, ricordò a Sigonfredo di Arzignano il modo di comportarsi qualora il Vicario si fosse lanciato coi suoi in altre cavalcate. In caso diverso egli e i suoi amici dovevano tenersi pronti a levar rumore nella città per il giorno fissato, che secondo Martino doveva corrispondere a quello in cui i Padovani avevano perduto Vicenza.
Intanto anche i Vicentini intrinseci trattavano tra loro.
Nel marzo Giacomo Piciga, in casa sua, ragionando con Bompietro dei Miliori ebbe a dichiarare che la città di Vicenza era mal governata, che era necessario provvedere e che a ciò erano disposti gli Arzignano, i Colzade, Enrico Malacapella, i Marano, Zagnino Tiepolo e Rinaldo Verlati. La stessa cosa ripetè a Bompietro Sigonfredo d’Arzignano, parlando con lui nel palazzo del Comune, ed anche Enrico Malacapella più volte e in luoghi pubblici, affermando che per la liberazione di Vicenza era pronto, oltre ai sopranominati, il polo di Vicenza. Anche Salamone di Marano era dello stesso pensiero, per quanto non fosse sicuro degli Arzignano.
In verità non tutti erano concordi o per lo meno non lo erano nello stesso grado. Benecà di Rosso da Marano quando ne parlò a Rinaldo Verlati questi si dichiarò disposto a tutto, riconoscendo però che alcuni amici, alle sue proposte, non avevano risposto bene. Salamone da Marano minacciava invece di svelare la congiura. Bompietro dei Miliori che in quei giorni dettò il suo testamento a Giacomo Piciga, parlò con lui, sul modo di liberare Vicenza con l’aiuto dei Padovani, ma tutto si limitò ad uno scambio di pensieri.
Intanto Bompietro dei Miliori ed Enrico Malacapella, la mattina del sabato Santo, inviavano Boni a Padova a Bommassaro del Colle, perché facesse vive pressioni presso i Savi affinchè i Padovani cavalcassero verso Vicenza il più celermente possibile, assicurandoli che la città si sarebbe levata a rumore.
Ciò nondimeno si lasciò trascorrere il giorno di Pasqua. Il lunedì mattina, ecco capitare Boni da Bompietro con la notizia che i Padovani stavano per arrivare. Questi si affrettò allora a informarne Enrico Malacapella, Jacobo Piciga, Maestro Guido de Mozzi e Delavancio di Colzade. E poiché d’ordine del Podestà essi dovevano cavalcare a Verona, decisero di portarsi solo a Montebello e intanto di mandare il messo ai Padovani, perché affrettassero la loro venuta.
Ma Boni non andò a Padova e si fermò a Barbarano, poiché mentre stava montando sul cavallo tolto a prestito da Encelario sarto di Verona, udì rumore e persone che dicevano che i Padovani erano arrivati al battifredo.
Intorno al combattimento svoltosi al battifredo di Quartesolo, sono ricchi di particolari il Mussato e il Ferretti. I Padovani rapidamente coll’esercito si diressero su Vicenza. Al ponte sul Tesina presso Quartesolo incontrarono resistenza in un edificio costruito in legno che lo dominava. Questo bastò perché fosse avvertito in tempo il Podestà Federico della Scala, che inviò sul luogo o suoi manipoli di mercenari con parte della milizia cittadina. Intanto i Padovani erano riusciti a guadare il fiume ed avvenne lo scontro. Nell’incertezza del combattimento il Podestà prese severe misure nell’interno della città e fece chiudere le porte.
La milizia vicentina, sotto le insegne dell’Impero, del Comune e della Scala, era divisa in due schiere, la prima di centocinquanta feritori, l’altra più numerosa a circa trecento passi più indietro. Davanti allo slancio dei padovani che asslirono la prima schiera, questa si ruppe, si scompose e volta in fuga, urtò contro la seconda in modo che nel disordine quasi tutti caddero.
Il Mussato segnala fra i morti il Conte di Bagnacavallo vessilliffero di Cangrande, che portava il vessillo regio e l’aquila e Maso Scanabecchi che portava l’insegna della Scala oltre a molti stipendiari, i vicentini Corrado da Vivaro figlio di Marcabruno, Trivisolo de Trivisoli, che era stato uno dei capi della sollevazione di Vicenza contro i Padovani, Gerardo dei Proti figlio di Bugamante e nipote quindi di Sigonfredo Ganzerra, Girolamo di Montebello, Nicolò Loschi, Montosio Menacelli e Pietro di Mora notaio, e fra i prigionieri Alberto da Vivaro altro figlio di Marcabruno che fu egli stesso in pericolo di esser preso e si salvò nascondendosi nel bosco.
Il conflitto di Quartesolo ebbe luogo il martedì sera 28 marzo 1311, ma i guelfi vicentini che avevano trattato coi Padovani promettendo di sollevare la città, non furono né pronti, né concordi. Essi non approfittarono della prima parte della notte, favorevole per decidere i Padovani ad un attacco alla città. Solo Enrico Malacapella mandò a chiamare Sigonfredo d’Arzignano che si era rifugiato nella casa dei figli di Maiorino di Colzade, nel borgo di Porta Nuova, dove tentava di raccogliere i compagni e deciderli all’azione. Fatto venire Bompietro dei Miliori, Gualdinello, Marcabruno, e Benencà di Marano, (che a sua volta aveva chiamato il figlio dalla campagna) egli espose ai convenuti la situazione in cui gli ex guelfi si erano venuti a trovare dopo il conflitto di Quartesolo, situazione che egli riteneva disperata.
Nel combattimento i caduti e i prigionieri erano tutti ghibellini ed era penetrato il sospetto che durante la cavalcata vi fosse stato tradimento da parte dei vecchi gurlfi, i quali erano così in pericolo di vita sia dentro che fuori della città “Nos erimus mortui intus et extra”. Era secondo lui necessario spedire un messo a Camisano ai Padovani perché venissero con forza al Borgo di S.Pietro; egli intanto avrebbe avvisato i Marano, i Verlati e Zagnino Tiepolo perché si riunissero in quello di Porta Nuova. Fra i presenti, Gualdinello di Colzade in quel momento credeva di poter tenere il Borgo di Porta Nuova unitamente a Rigaccio dei Cagneti, che si riprometteva di prendere la Porta Pusterla a viva forza.
Ma Sigonfredo aveva mal calcolato sugli aiuti dei Verlati e dei Marano. Dalla valle non scese che il figlio di Benecà, Liberale, dopo esser passato da Thiene e da Villaverla dove conferì con Salamone di Marano e Galvano dei Verlati, e ricevette l’ordine di dire al Podestà che essi tenevano le loro genti a sua disposizione.
Sigonfredo tentò di presentare anche a Liberale la gravità della situazione. Ma poiché questi mostrava opposte intenzioni, cercò almeno di dissuaderlo di presentarsi al Podestà. Se la deposizione di Liberale è esatta, il suo proposito veniva a frustrare o per lo meno a complicare ancor più la triste condizione dei guelfi. Liberale alla Porta Nuova chiese di parlare al Podestà, ma la guardia gli ordinò di presentarsi a Porta S.Felice. Allora Sigonfredo lo rincorse e lo pregò di dire allo Scaligero che anche egli era ai suoi ordini.
Liberale entrò, fu ricevuto da Federico della Scala che lo rassicurò dicendo che le condizioni dei Vicentini non erano così tristi come si diceva e che confortasse i Capitani a tenersi preparati con le loro genti.
Sigonfredo e gli altri che volevano spedire un messo a cavallo ai Padovani, non riuscirono nell’intento, prima che spuntasse il giorno. Rimandarono così ogni cosa al momento più propizio. Ma nel mattino successivo all’ora terza, furono citati Sigonfredo d’Arzignano e Rigacio de Scaleti.
Allora il panico si diffuse fra i congiurati, che si diedero alla fuga. Il giudice Giacomo Piciga con Benencà di Marano e Marcabruno, Rodolfo, Alberto, Giacomo, fratelli Colzade, Antonio figlio di Gualdinello, furono presi dagli uomini di Velo e condotti ad Arsiero e di là a Thiene dove trovarono Salamone di Marano che disse loro: “andate subito a Vicenza: se non foste fuggiti non graverebbe su di voi nessun soeptto”. Senonchè colui che li aveva condotti fin là richiese a Salamone da Marano una carta di ricevuta.
Benecà e Gualdinello capitarono alla casa di Rinaldo Verlati a Villaverla. Rinaldo quando sentì che essi ritenevano ormai morti o prigioni i suoi amici in Vicenza, giurò di esser con loro per la vita e per la morte, ma poi, la sera stessa, come seppe che nulla era accaduto di nuovo in città, decise di tornarvi non ritenendosi colpevole dei fatti avvenuti.
Federico della Scala, venuto a conoscenza della congiura, fece citare 22 sospetti dei quali solo nove si presentarono o furono tratti in arresto e fra il 2 e il 3 aprile, esaminati dal giudice assessore ai malefici Lapo degli Ubriachi, che l’anno prima aveva esercitato lo stesso ufficio in Mantova.
Sigonfredo d’Arzignano riuscì a riparare presso i Padovani, con Enrico Malacapella, i Marano, i Verlati, i Colzade, e i Tiepolo, secondo scrive il Mussato, che mostra una esatta conoscenza delle tristi condizioni di questi vicentini costretti a chiedere aiuto a coloro che avevano precedentemente tradito.
Tutti furono condannati in contumacia a diecimila lire di denari piccoli, banditi essi e i loro successori fino al quarto grado, i loro beni confiscati e le case distrutte.
Di quelli che subirono il processo Bompietro dei Miliori e Rainaldo Verlato ebbero la pena di morte commutata, per benignità del Vicario e del Podestà, rispettivamente in cinquemila e duemila lire, da pagarsi entro quindici giorni.
Giacomo Piciga, e Gualdinello Marcabruno di Colzade, Benencà di Marano, Gallo, Boni, Giacopino furono trascinati per la città e i borghi e poi sospesi alle forche. I beni loro e dei loro discendenti fino al quarto grado furono confiscati e le case distrutte.
Ma mentre l’energia e la risolutezza di Cangrande e dei suoi funzionari riuscivano a stroncare il tentativo padovano di riprendere Vicenza, proprio mentre si svolgevano questi processi, un’altra trama si stava stringendo in Treviso da parte dei Guelfi e forse non senza la spinta di Padova e il 5 aprile cadeva il signore dalla testa alta, Rizzardo di Camino Vicario Imperiale.
GINO SANDRI
(Archivio Veneto vol.XII – 1933)