VICENZA DALLA MORTE DI EZZELINO ALLA SIGNORIA SCALIGERA - il quadro riassuntivo
Di Vittorio Bortolaso
(Nuovo Archivio Veneto-1912- n.23-24)
QUADRO STORICO RIASSUNTIVO (1259-1311)
Caduto Ezzelino, Padova, già libera, volle redimere pure dal dominio Ezzeliniano, Vicenza; con parte dell’esercito i Padovani e i Vicentini esiliati e rifugiati a Padova vennero a Vicenza. Gli Ezzeliniani opposero tale resistenza che i Padovani tornarono senza frutto alla loro città.
Senonchè tre giorni dopo, i rettori di Ezzelino abbandonarono di notte la città, rifugiandosi a Verona. Allora alcuni nobili, Giovanni Nievo, Aliandro de Proti, Iseppo Loschi ed Enrico da Creazzo, si affrettarono a Padova invitando i Padovani ad accorrere a Vicenza e li pregarono a proteggerli e a disporre della città offrendone anzi le chiavi. Il podestà di Padova, Guido da Montefoiano, accettò ben lieto l’invito, ricevette la città libera sotto la sua protezione; liberati i prigionieri e richiamati gli esuli, i Padovani, d’accordo con i Vicentini, diedero a costoro quale podestà Aicardino da Litolfo. Il nuovo podestà incominciò il suo regime il 29 di settembre.
Bassano seguì l’esempio di Vicenza e a pochi giorni da questa si diede a Padova, accettò da essa quale podestà Tommaso de Arena. Naturalmente ne vennero questioni tra le due città, chè Padova lo voleva aggiudicare a sé, mentre Vicenza non voleva rinunziare agli antichi suoi diritti.
Continuò la lite, finchè fu risolta dall’arbitrato di Marco Quirini, podestà di Padova, che per l’anno 1260 venne quale podestà a Vicenza, “favente” il vescovo Bartolomeo.
Al seguente podestà Giovanni Gradenigo di Venezia, eletto dietro le raccomandazioni del Vescovo, giusto, equo ed onesto, per l’anno 1262 seguì un podestà di parte guelfa, Nicolò de Bazalerii di Bologna. Costui, d’accordo con il partito guelfo ed il Vescovo, prese a perseguitare i principali rappresentanti del partito imperiale e Ghibellino, quali i Trissino, i Vivaro, Egano di Arzignano; fuggiti a tempo dalla città, si rinchiusero nei castelli della valle dell’Agno. Il podestà, visto vano il combatterli, si rivolse ai rimasti in città e i Pandecampo, i Meledo, i Bovo da Carmignano, Bartolomeo da Prene nella quaresima del 1262 furono presi e tormentati. Non contento di questo fece citare dieci dei maggiori cittadini nobili di Vicenza per ogni quartiere; avvisati a tempo da dei “fratres religiosi”, dice lo smereglo, presero la fuga verso Camisano; sorpresi nel loro rifugio, alcuni furono uccisi da Bonaccursio da Marola, altri furono banditi, le loro case distrutte.
Questa ostilità tra i nobili Ghibellini e gli altri continuò anche sotto la podesteria di Giacobino dei Trotti da Ferrara; i fuorusciti si impadronirono di Marostica, Meledo, Thiene, Isola; il podestà fu impotente a reprimere il moto; Vicenza si diede in custodia ai Padovani; il nuovo podestà Rolando da Englesco di Padova, riuscì a riordinare un po’ gli affari, ricuperò al Comune i suoi beni. Dalla sua Padova il nuovo podestà recò a Vicenza la legislazione comunale, di cui resta monumento insigne lo statuto del 1264. Un altro Padovano, Gabriele di Guido del Negro, nuovo podestà, continuò nella opposizione ai nobili feudatari facendone chiudere parecchi nella torre del Zirone e forse li avrebbe fatti uccidere se Guido conte di Vicenza non si fosse opposto.
Intanto Egano di Arzignano si impossessava del castello omonimo, inespugnabile e inespugnato agli assalti di Padova e Vicenza riuniti. Il podestà prima di lasciare il governo ebbe un invito a pranzo dal Vescovo Bartolomeo: nell’uscire si imbattè con Marco di Albettone ed altri, dalle parole ingiuriose si venne alle mani; il povero podestà ebbe dei denti fracassati; perciò Gabriele fu sempre nemico di Vicenza, nota lo Smereglo.
Il nuovo podestà Marco Quirini da Venezia, eletto col favore di Guido conte di Vicenza, risentì il danno dell’inimicizia del passato podestà. D’accordo con Aicardino Caonegro dei Dalesmanini da Padova e con altri partigiani, Gabriele indusse Rodolfo da Vivaro e Alberto Zoto da Breganze a riprendere il castello di Breganze. Artusio da Vivaro occupò Magrè e Belvicino; scacciato da Magrè si rifugiò a Belvicino. I Vicentini fuorusciti consegnarono ai Veronesi Lonigo ed altri castelli del Vicentino.; Vicenza spaventata ricorse per aiuto a Padova e questa, ben lieta, approfittò dell’occasione per fissare stabilmente il dominio sulla città. Licenziato bellamente il podestà Marco Quirini, i Padovani vi posero Enrichetto Capodivacca. Frattanto le milizie Vicentine e Padovane riuscirono a togliere ai Veronesi Lonigo e gli altri luoghi, senza però consegnarli ai Vicentini fino a che ebbero la loro Signoria su Vicenza. La cessione non avvenne senza le proteste del podestà in carica Marco Quirini. Senonchè il Comune di Vicenza non pensò di tenerne conto, anzi giudicò di dovere egualmente consegnare le torri, le fortezze, le chiavi della città ai Padovani. Il podestà poteva rimanere benissimo: erano contenti del suo operato; ma il Quirini non credette dignitoso per sé finire il suo regime senza esercitare realmente la carica, accettò la offerta ricompensa pecuniaria e se ne partì.
A S.Martino dello stesso anno 1266 il nuovo podestà padovano prese possesso della carica e del dominio della città. Chè la protezione dei Padovani si trasformò in vero e proprio dominio. Avea visto meglio le cose il podestà Quirini. I Vicentini per la paura dei nobili e dei Veronesi, si erano dati ai Padovani, non avvertendo forse che si davano un padrone. Egano di Arzignano lasciava la vita per le mani di un suo nipote, un certo Rosso dei Serego. I Padovani, memori delle parole acerbe rivolte loro da costui in una ambasceria e del possesso di Arzignano (1264) e della parte presa da costui nella cessione di Lonigo ai Veronesi, levarono il bando ai suoi uccisori. Anzi per ovviare al pericolo temibile, decretarono la pena di morte per chiunque trattasse solamente di toglier Vicenza a Padova.
Ciònonostante, l’anno seguente 1268, i Veronesi presero per sorpresa Sambonifacio ed altri luoghi dintorno, facendo prigionieri alcuni Vicentini. Non tanto rilevanti i fatti degli anni fino al 1270, se non la morte del vescovo Bartolomeo, la sede vacante, la questione fra Bernardo Nicelli di Piacenza eletto e Gomberto di S.Felice e l’abate di S.Giustina e Bugamante de Loschi.
Sotto il nuovo podestà Sinesio dei Bernardi di Padova continuarono i tentativi di ribellione ai Padovani. Rodolfo da Vivaro occupò con alcuni suoi seguaci il castello di Angarano tenuto dai Padovani; preso il castello, Rodolfo riuscì a scappare; 24 dei suoi compagni furono presi ed impiccati. Sindacato del podestà Sinesio dei Bernardi. Jacopo Berretta è ferito a morte da Achilice di Tommaso da Trissino.
Nel luglio del 1268 il Vescovo di Trento si metteva sotto la protezione di Padova; perciò i Veronesi, che vantavano diritti su Trento, la ruppero con i Padovani. Alberto della Scala, Capitano di Verona, prese a dar mano ad aiutare i malcontenti del dominio Padovano. Guerra quindi ed ostilità tra Padovani e Veronesi sempre gelosi gli uni della potenza degli altri, e specialmente i Veronesi timorosi della espansione del Comune Padovano su Vicenza, Cologna e Trento e dell’ingrandimento eccessivo del partito guelfo. Oltre a brigare nel Trentino, i Veronesi tornarono alla prova a Vicenza, cercando così di sviare l’attenzione dal lontano Trento, sul possesso più vicino ed importante di Vicenza.
Bartolomeo ed Ansedisio degli Schinelli, nobili padovani, banditi dalla città, aiutati da Pace, figlio di Bernardino Maretenario capitano di S.Pietro, da Rinaldo ed Enrico da Collo di Vicenza e da Curvano di Marostica, stabilirono coi Veronesi di strappare Vicenza ai Padovani. Nel giorno fissato, già dei cavalieri veronesi s’erano avanzati fino ai borghi di Vicenza, quando scopertasi la congiura, Bartolomeo ed Ansedisio degli Schinelli, il figlio del castellano di S.Pietro, Rinaldo ed Enrico da Collo ebbero appena tempo di fuggire e mettersi in salvo.
La nuova di questa sommossa mise in subbuglio Padova, il podestà con i suoi cavalieri si affrettò a Vicenza, prese Pace, il figlio di Bernardino, assessore di Guercio di Vigodarzere, ritenuti colpevoli e Guglielmo Malafiamma e Artusio da Vivaro, e Guercio Pitoco e Jacopo Tetone (Teutone?) e Artusio da marostica e molti altri sospettati d’aver avuto parte nella congiura. Condotti a Padova furono sottoposti ad interrogatorio e ai tormenti sino quasi a morirne, e Jacopo Teutone ci rimise la vita. Riconosciuti infine innocenti, gli altri furono rimandati, ma il partito guelfo o del Marchese d’Este, dice l’autore del Liber Regiminum (il Cortusio) quoniam potestas non occidit illos, habuit eundem potestatem odio. Lo si capisce: i prigionieri erano ghibellini e favoreggiatori, per di più, di Alberto della Scala signore di Verona ed altri e forti motivi di inimicizia verso lo Scaligero sussistevano. Chè nello stesso anno, agosto, certo non senza consapevolezza e parte dello Scaligero, Trento si liberava dalla signoria di Padova, dopo di aver licenziato bellamente il rappresentante.
Frattanto a Cologna i Padovani subivano la peggio: Pietro Deldulo (diedo?), capitano dei cavalieri di Padova, restava ucciso, Oliviero di Linguadivacca, Gerardo da Vigonza, cavaliere del podestà di Vicenza, Capello de’ Malacapelli e Galvano notaio eran fatti prigionieri. I Padovani indignati e spaventati, il primo maggio mossero in massa col loro carroccio e arrivarono a Vicenza (12 maggio). Ai 17 dello stesso mese erano a Villanova sull’Alpone; ogni giorno la cavalleria padovana scorrazzava oltre l’Alpone e devastava i paesi circostanti: Caldiero, Cologna, Illasi, San Martino, Vago ed altri ancora. Infine, dopo 15 giorni di devastazioni e di piccoli fatti d’arme, ai 19 di agosto si venne ad una pace, intermediaria Venezia. I Patti furono fissati nel Maggior Consiglio della città di Verona, presenti i procuratori di Padova e Vicenza, di Glazezio de Carbonesi da Bologna, podestà di Verona e di Alberto della Scala capitano generale del popolo.
Le condizioni di pace tra Padova, l’Estense, Ferrara, Vicenza e Gerardo da Camino, furono le seguenti:
- Remissione reciproca delle offese e dei danni.
- Rilascio dei prigionieri fatti durante la guerra.
- Abbattimento del Castello di Cologna, cosicchè non vi si potesse ricostruire mai né castello, né altra fortificazione.
- I Veronesi od altri non potevano costruire fortezze ad oriente dell’Alpone, verso Padova e Vicenza nel territorio Veronese.
- Le terre ed i possessi, sia del Comune di Verona, sia di persone spettanti per nascita a Verona o al suo distretto, erano restituite a chi le possedeva, a partire dal tempo della presa di Padova, e reintegrate nella condizione anteriore alla guerra.
- Se qualche Padovano o Vicentino aveva possessi nel distretto di Verona, gli erano restituiti. Anche ai Veronesi erano restituiti i beni che possedessero nel distretto di Padova o di Vicenza.
- Sicurezza delle vie.
Quanto alle rappresaglie, Padova e Verona eleggevano alcuni savi che decidessero quali fossero state commesse a diritto e quali no; le prime erano risarcite dal Comune da cui erano state commesse, le altre erano annullate.
Rispetto a Gambellara e terre vicine i savi dovevano decidere se il Comune di Vicenza vi avesse o no diritto, e se vi aveva diritto, quelle terre dovevano consegnarsi al medesimo. Davano al Sindaco la podestà di promettere di non chiedere il risarcimento dei danni fatti a Padova, Vicenza, Ferrara e alle persone private di Padova, Ferrara ecc., stabilendo le corrispondenti remissioni dei danni, subìti in conseguenza della guerra.
Alla podesteria di Giovanni Francesco da Padova, lo Smereglo riporta la presa di parecchi cittadini di Vicenza, che furono tormentati gravemente fino a morte; tre ne morirono, alcuni furono rilasciati, gli altri prigionieri furono condotti a Vicenza. Nessun indizio ci offre il cronista per spiegare un tal fatto; tutto farebbe però credere che anche questo si debba attribuire a un qualche tentativo di ribellione e soltanto a un subodorato pericolo di congiura.
In forme più vaste e in maniera tragica si ripete il tentativo con Beroaldo Conte di Vicenza. Quale motivo realmente spinse il nobile Beroaldo a provare ancora una volta di ribellarsi ai Padovani, non ce lo dicono i cronisti, sebbene tutti e con una certa ampiezza o lusso di particolari ricordino il fatto.