IL PERONIO CUORE DELLA CITTA'

 

Botteghe, commerci, affari e denaro nel medioevo vicentino. Nell’area del centro cittadino sorgevano a ridosso dei palazzi del potere comunale innumerevoli botteghe con le più svariate merci. Il Comune dovette regolamentare il numero e l’ubicazione poiché vi erano problemi seri per l’igiene ed il transito dei cittadini

 

 

Di Luisella Zanetti Suglich

 

 

Per tutto l’XI secolo furono i Vescovi a governare Vicenza ed il suo territorio, investiti della dignità e del potere comitale, dovevano però continuamente rintuzzare le minacce al patrimonio ecclesiastico, che erano portate dai piccoli e violenti feudatari del contado e dalla classe popolare-borghese, che stava crescendo ed aveva sete di libertà economico-sociali ed a cui tasse e balzelli e privilegi ecclesiastici stavano oramai stretti poiché limitavano il suo sviluppo ed il desiderio di autogovernarsi.

 

Il sistema feudale stava scricchiolando e finalmente tra il 1110 ed il 1115, secondo il nostro maggior studioso di storia vicentina, il Mantese, Vicenza riuscirà a far nascere il suo Comune, estromettendo il Vescovo.conte, che in quell’epoca era il Torengo, dalla vita politica della città.

 

Una istituzione rafforzata

Se prima i cittadini erano chiamati in assemblea nella Chiesa Cattedrale intitolata a S.Maria, l’attuale Duomo, ora essi sentivano che la nuova istituzione, tanto duramente conquistata, doveva avere una sede più consona alla sua dignità ed anche visivamente slegata dalla mal sopportata soggezione ecclesiastica.

 

Il Regestum Possessionum Communis Vicentiae del 1262, il più antico documento da cui si possono desumere le prime proprietà comunali, ci fa sapere che la sede del Consiglio dei 400 fu scelta nel cuore della città.

 

Nell’area del Peronio, che gli Statuti del Comune nel libro IV chiaramente intendono l’insieme dei terreni di proprietà pubblica adibiti a piazze intorno al palazzo comunale, esisteva il Palatium Vetus, cinto da mura merlate nell’area ora occupata da Piazzetta Palladio, del quale possiamo ben vedere la fabbrica nella più antica planimetria del Peronio risalente al 1480, conservata nella Biblioteca Bertoliana: è lì dunque che si terranno le nuove, libere adunanze cittadine.

 

Della struttura del centro storico cittadino nulla ci è dato sapere di preciso prima di questa planimetria e bisognerà aspettare un altro secolo per vedere come era Vicenza dalla Pianta Angelica.

 

Dove erano le botteghe

 

Per la dislocazione delle varie botteghe e delle sedi delle fraglie o corporazioni d’arti e mestieri bisogna ricorrere ai documenti quali livelli o affittanze, delibere comunali e da ciò che narra il Pagliarino nella sua “Descrizione della città di Vicenza”.

 

Il Podestà, massimo tutore delle libertà comunali, avrà la sua abitazione nel palazzo, già di Gualdinello Bissari, situato ad oriente della piazza principale e comperato dal Comune nel 1211 di cui ancora si possono vedere gli archi nel cortile interno dell’attuale palazzo degli uffici comunali. Lì c’erano le botteghe degli orefici, il dazio del sale, quello della stadella cioè delle bilance e successivamente anche quello della seta ed anche ai piedi della torre Bissara, il cui disegno è appena leggibile, sorgevano costruzioni in legno.

 

Davanti al Palatium Vetus si apriva il grande spiazzo della Platea Magna, o piazza grande, ora Piazza dei Signori, dove sorgevano disordinatamente disposte botteghe in legno in cui i cittadini tenevano i loro traffici, ma che i nuovi amministratori, con gli Statuti del 1264, ordinano di far sgomberare, ritenendolo un poco decoroso spettacolo. A tale scopo vengono ricavati degli stacii o negozi sotto gli archivolti del Palatium, dei quali se ne vedono otto sulla facciata nord del disegno già citato. Questi verranno dati in affitto dal Podestà ad altrettanti commercianti estratti a sorte fra i richiedenti appartenenti alle varie fraglie, come i sarti, i barbieri ed i venditori di panni.

 

I mercati cittadini

 

Ad ovest del Palatium, nell’odierna Piazzetta Palladio, era situata la piazza del “pesse menudo”, come si vede scritto nella pianta, dove trovavano posto, ben allineati, i banchi utilizzati per la vendita del pesce di piccola taglia che veniva colà portato dai “fachini o portitores” dal vicino porto di Predevalle, poi Piancoli ed infine delle Barche, ricordato per primo dallo Smereglo nella sua Cronaca.

 

Costoro erano sottoposti alla tassazione minima di 5 soldi pur essendo nel gradino più basso della scala sociale, come risulta dai Campioni d’Estimo pervenutici solo a partire dal 1453.

 

Molti di loro risiedevano nelle sindicherie intorno al Peronio che, lo ricordiamo, erano quella di S.Paolo, di S.Eleuterio poi divenuta S.Barbara, di S.Faustino e del Duomo. Questo mercato doveva essere molto frequentato anche perché Conforto da Costozza, cronista del XIV secolo, ci fa sapere quanta abbondanza ci fosse di granchi e di pesci nei fiumi del nostro territorio prima della grande carestia del 1374, per non parlare del patrimonio ittico proveniente dal “lacus communis” o “lacus de Longare” di cui oggi è rimasta soltanto una porzione rappresentata dal lago di Fimon.

 

Da lì proveniva gran quantità di gamberi, lucci e tinche che si vendevano nella piazza di Vicenza a così basso prezzo che nei periodi di abbondanza erano gratuiti, sempre secondo il nostro cronista. Nella stessa piazzetta trovavano posto anche i contadini che portavano la loro frutta di stagione, mentre in quella che oggi è popolarmente chiamata Piazza delle Scarpe viene segnato il nome di Pescarie perché qui erano situati due grandi banchi di pietra per l’esposizione del pesce di grossa taglia.

 

Queste due piazzette erano entrambe comunicanti con la zona meridionale del Palazzo Comunale che guardava Piazza delle Erbe, dove il Pagliarino dice fosse situato il mercato vetus nel quale si vendeva il pesce nei secoli precedenti. Lì c’erano quattro file di botteghe in legno dei cerdones, ovvero calzolai, che furono poi demolite e trovarono posto sotto il palazzo comunale.

 

Nel 1363 il m. Renaldo, detto Rosso Zopellaro, comperò una stazione, ovvero una bottega proprio di queste. Solo dal 1432 tale piazza verrà chiamata “a fruotibus”, dove i fruttivendoli con i lattai avevano il loro posto di smercio lungo il portico del Palatium.

 

Un problema di pulizia

 

Durante le ore del mercato si producevano tante immondizie che era disagevole il passaggio non solo per i cittadini che si muovevano a cavallo ma anche per quelli che si aggiravano a piedi. Perciò nel 1526 il Comune delibera che venga costruito un passaggio sopraelevato tra questa piazza e le pescherie.

 

Altra zona di grande traffico era anche la “strada se va al domo”, ora via Muschieria, il cui nome ben ricorda le attività che qui si svolgevano nelle botteghe dei muschiari addetti  alla lavorazione delle pelli per far guanti ed i pellicciai. Questa strada inoltre era ingombra di legna e olezzava in modo non certo gradevole, ma ben si sa che i nostri avi non erano delicati come noi.

 

Tra le pescherie e questa strada sorgevano le garzerie, cioè le officine dove venivano portati i panni di lana a cardare; erano obbligati tutti i lanaioli della città e del contado, secondo gli Statuti del 1416, a mandare qui i loro prodotti per il raffinamento. Non è dato sapere se questi edifici fossero di proprietà del Comune o della Serenissima, comunque erano in uso alla fraglia dietro il pagamento annuo di un fitto.

 

L’importanza dei lanaioli

 

Nel Peronio, nel Duecento e Trecento, si vendevano soprattutto panni stranieri poiché, a detta di molti studiosi, la lavorazione della lana sembrava essere in quei tempi a Vicenza allo stato nascente ed in effetti negli Estimi, il più antico dei quali risale al 1454, vi sono nominati per questa zona pochi tessitori di lino e pochi garzadori. Però oltre a questi pochi, del resto già nominati dal Mantese, possiamo ora aggiungere il Maestro a lana Arinelli che nel 1289 operava in Cultura di Porta Nova e verso la metà del Trecento un Merchioro q. magistri Boni lanari a sua volta erede del maestro Francesco lanario q. Antonio ed altri.

 

Questi ultimi ritrovamenti fanno pensare piuttosto che l’arte della lana in Vicenza sia sempre stata fiorente anche perché il cronista Ferretto de Ferretti, nel 1313, lamentava che il popolo vicentino fosse più interessato al lanificio che alle armi. Vien da credere allora che la presenza di tessuti stranieri nel Peronio sia stata dovuta alla ricerca da parte della neoarricchita borghesia di panni più fini e dalla manifattura più esotica di quelli che si producevano in loco.

 

Nel Peronio, oltre agli acquirenti, affluivano ogni mattina un gran numero di carri e di operai, chiamati negli Estimi garzatori e cimatori. Secondo il Mantese, nel Quattrocento ce n’erano un migliaio residenti in città e nei borghi, alcuni anche abitanti intorno al Peronio.

 

Ed eccoci al lato occidentale della Piazza dei Signori: lì si allineavano sei costruzioni con comignoli ed archetti che con ogni probabilità erano casa e bottega degli “scapiciatores”, cioè dei rivenditori di panni tagliati, ossia al minuto. A questo proposito si deve osservare come, secondo gli Statuti della Fraglia dei Merzari del 1348, fosse permesso vendere nel Peronio solo i panni a pesse intere, mentre quelli tagliati erano venduti solo quando si teneva il mercato in Campo Marzo, così come recita il X capitolo “che non si possa scavegar panno”.

 

Le antiche mura

 

Dietro a queste costruzioni sono visibilmente disegnati nella planimetria i merli delle antiche mura che circondavano il Peronio ed un vasto cortile chiuso, che attraverso un portale ad arco lo mette in comunicazione con la via della Rotta, cioè la ruota o simbolo del Collegio dei Nodari che lì avevano la sede della loro fraglia fin dal 1305 quando comperarono: “…per sole lire 300 una casa che era di Giacomo Beretini, ove poco appresso fabbricaronsi una comoda abitazione e Sala per le suddette loro assemblee”, come scrisse il Vigna, che fino ad allora erano state tenute nella chiesa di S. Eleuterio, ora non più esistente.

 

In questa breve via c’era inoltre la sede della scuola “artis notaria” istituita nel 1404, che fu il centro più importante dell’istruzione pubblica del Quattrocento a Vicenza. La via de la Rotta fa angolo con la contrà dei Zudei che rimaneva separata dal Peronio, come ben si vede disegnato nella carta, da un tratto di muro merlato. Lì si affacciano quattro costruzioni con porte ad arco e con tetti piatti senza comignoli né finestre. Ciò ha fatto arguire al Motterle, il primo studioso che ha analizzato nel 1971 la carta del Peronio, che non si trattasse di abitazioni bensì, forse, di luoghi di culto ebraici. Questa ipotesi non ci sembra molto soddisfacente perché è più probabile che, vista la mancanza di finestre, fossero depositi di strazzarie o di pegni.

 

Il ghetto ebraico

 

Nel lato opposto della via sorgono tre costruzioni con porte e finestre, di cui una sopraelevata, con un portale più importante: questo è stato dunque il ghetto degli Ebrei, ora è Contrà Cavour. Se qui avevano le loro case ed i loro depositi avevano però all’interno del Peronio i “banchi”, dove avvenivano le operazioni di prestito ed il cambio delle monete. Nell’ultimo decennio del 1300 sono documentate le presenze di Bonaventura Judes, di un Simone, di un Jacobus, di un maestro Alegrus e di un Manno. Vicenza era una piazza molto ricca e molto denaro girava nel Peronio, i lanaioli, per esempio, avevano un traffico cospicuo che i mercanti sovvenzionavano con i loro capitali.

 

Anche i fabbri gestivano una attività ed un commercio fiorente come pure i mercanti di pelli chiamati “pelliparij”. Nel 1429 il notaio Bortolo Bassan stila un documento in una bottega posta fra il dazio delle bilance, presso il palazzo del Podestà, ed il cambio; nel 1400 il notaio Valerio Chierigati si trova “in stacie cambij prope Plateam Magnam” per attestare il prestito di 62 ducati d’oro dato da Bartolomeo pellipario figlio di Antonio da Cartrano a Gerardino marangonus ossia falegname. Ma non è detto che questi banchi fossero di Ebrei, perché anche molti ricchi borghesi vicentini praticavano l’usura. Il Mantese ne ha trovati nominati molti nelle pergamene dell’Archivio Torre relative al Duecento e Trecento.

 

Tollerati e perseguitati

 

Gli Ebrei non ebbero mai vita facile nei paesi dove presero dimora, ma nei territori della Serenissima, pur sottoposti a limitazioni sociali ed economiche, poterono vivere e gestire almeno il commercio degli stracci e degli abiti usati, nonché il prestito di denaro sia per le esigenze dei poveri che dei mercanti. Il tasso di interesse era fissato dalla Magistratura del Piovego di Venezia fin dall’ultimo ventennio del 1300, ma poi entrò in vigore anche nelle altre città venete della terraferma, ed il Comune di Vicenza poteva trattare con loro ad “arbitrium” e con l’ampio potere che gli aveva accordato la Dominante.

 

Nel 1400 il dibattito su Ebrei ed usura fu molto ampio, tra le due posizioni estreme, il permettere o l’interdire tale commercio di denaro, si fece strada alla fine una ambigua forma di accettazione dello stato di fatto. D’altra parte la rapida evoluzione dell’economia rendeva sempre più difficile conciliare la corretta applicazione delle norme della Chiesa con lo sviluppo economico.

 

Lo  storico veneziano del Cinquecento, Marin Sanudo, nei suoi Diarii scrisse che gli Ebrei, desiderati e detestati allo stesso tempo, finirono per insediarsi anche a Vicenza e nel suo territorio esercitando il mestiere del pezzarolo cioè rigattiere o rivenditore di cose usate e del fenerator come veniva chiamato l’usuraio. Nel 1407 il doge Michele Steno accoglieva una supplica della “fratalia pezarolum” vicentina, che protestava perché gli Ebrei tenevano aperte le loro botteghe o stationes anche nei giorni festivi costringendoli così a chiudere nelle ricorrenze religiose cristiane.

 

Le responsabilità della Chiesa

 

La guerra della Chiesa all’usura troverà nella nostra terra un campione nella persona del frate predicatore Bernardino da Feltre che alla fine del Quattrocento perseguitò e fece espellere e condannare molti ebrei. Risale a questi tempi l’accusa di omicidio rituale addossata a questa comunità come nel caso del beato Lorenzino ancor oggi venerato a Marostica. La popolazione scossa da sì tremenda storia era furente contro gli Ebrei, così le autorità cittadine mandarono a Venezia due ambasciatori che ottennero una ducale dell’allora doge Marco Barbarigo con la quale il 12 aprile 1486 furono banditi da Vicenza.

 

Scriveva a tal proposito il Barbarano, predicatore dei minori cappuccini, nella sua “Historia ecclesiastica della città, territorio e diocesi di Vicenza”: “…in tal guisa restò libera Vicenza ed il suo territorio da questa Gente di perdizione, né mai più nel suo seno ammise questa razza di persone ugualmente sitibonda e dell’oro e del sangue Cristiano…”. Ma non andò veramente così come egli sperava chè gli Ebrei rimasero ancora a lungo.

 

I setaioli

 

Questa fu la causa ultima della nascita del Monte di Pietà e poiché nel 1499 crollarono le Logge del Capitanio dove c’erano alcuni locali adibiti a custodia dei pegni del Monte, esso acquisterà la serie di botteghe dei merzari per trovare un più ampio spazio per i suoi depositi.

 

Sul lato settentrionale della Piazza dei Signori dal “canton della contrà dei Zudei” si allineavano le case e le botteghe fornite di portico ed ornate di pitture dei setaioli che un documento situa “ante plateam magnam et prope lodiam Capitanei” cioè avanti la piazza grande e presso la loggia del Capitanio.

 

Negli Estimi del 1454 compare un setaiolo con proprietà in Sindicheria di S.Paolo, ma il Mantese cita un documento del 1419 in cui una certa Costanza regolava gli impegni contratti in precedenza con Antonio del fu Bartolomeo a Seta, di origine fiorentina e prima ancora, nel 1416, veniva rogato un atto notarile sotto il portico del negozio dei fratelli “a Seta”. Pure in un altro documento degli stessi anni si trova citata la bottega di seta di Filippo da Orgiano e soci.

 

I setaioli agli inizi del Quattrocento a Vicenza cominciavano a dare la scalata al primato economico già tenuto dai lanaioli, tanto che nel 1488 il doge Agostino Barbarigo, in una sua ducale, chiamava l’arte della seta “principale alimento del nostro popolo vicentino”. Si può ben immaginare da quanto detto come fossero vivaci gli scambi e gli incontri d’affari sotto la adiacente Loggia del Capitanio che il Comune renderà più confortevole munendola di banchi e panche. Dell’antico palazzo oggi si possono vedere solo alcune pietre bugnate al numero civico 10 di Contrà del Monte.

 

Gli Statuti

 

Proseguendo nell’osservazione dell’antica mappa sullo stesso lato della Piazza dei Signori, nome con cui venne chiamata dopo che i rappresentanti della Dominante si insediarono a Vicenza, si innalzavano su due piani piuttosto elevati le “staciones” dei merzari. Il loro primo Statuto è arrivato fino a noi in un manoscritto membranaceo datato 1348, è scritto in volgare con termini dialettali e latini o pseudo-tali, con grandi e belle iniziali di colore blu incorniciate in rosso da cui si dipartono leggeri tralci fioriti.

 

Nei vari capitoli si susseguono le norme a cui si dovevano uniformare i signori mercanti se non volevano incorrere in pene pecuniarie. Per esempio erano fissate tutte le festività durante le quali i negozi dovevano rimanere chiusi. Davanti ad ogni bottega era obbligo ci fosse una tenda: il mercante non poteva vendere abiti confezionati o tenere presso di sé un sartore, non doveva attirare il potenziale cliente che indugiava davanti al negozio vicino e così via per trentatré paragrafi.

 

Le loro case sopravanzavano in altezza l’adiacente chiesa di S.Vincenzo che s’affacciava con il suo portico sulla stessa piazza facendo angolo con la via della Malvasia. Su questa chiesa, dedicata al patrono di Vicenza, esiste una storia controversa: i nostri cronisti Paglierino e Castellini affermano che Gian Galeazzo Visconti donò ai Vicentini la costruzione che era adibita a Camera Fiscale dai precedenti Signori di Vicenza, gli Scaligeri, per potervi edificare la nuova chiesa, ma il Mantese ha affermato che la stessa fu eretta nel 1386 nella zona nord della piazza dove esisteva fin dal 1380 un terreno libero e prativo.

 

A prova di ciò cita un documento in cui il Fattore Generale scaligero dava in affitto ad un sartore di Nogarole un appezzamento di terra di circa un campo “in ora platee apud viam communis cum domo paleata” cioè nelle immediate vicinanze della piazza presso la via comune con una casa con tetto di paglia. Così veniamo a sapere che ancora alla fine del 1300, nonostante i comandamenti degli Statuti del 1264 al riguardo, esistevano nel cuore della città case con tetti ricoperti di paglia, molto pericolose per la sicurezza civile a causa dei frequenti incendi.

 

Vetture e cambio cavalli

 

Osservando la planimetria è ben visibile la zona non edificata dietro la chiesa, per cui la via della Malvasia a parte l’imbocco con la piazza dove c’è ora il volto delle Morette rimaneva libera da entrambi i lati fino ad incontrarsi con la strada maggiore, oggi Corso Palladio. Parallela a questa è la “Contrada de le Veture” dove sostavano le carrozze trovando il cambio e l’equipaggiamento per i cavalli. Qui sorgevano le botteghe dei sellai, dei maniscalchi e dei “naulizator equorum” ossia noleggiatori di cavalli.

 

Questa era una zona specializzata come le altre del Peronio. Per lungo tempo rimase tale dato che i Campioni d’Estimo rivelano continuativamente la presenza di tali attività. La pianta presenta basse costruzioni, certo stalle e botteghe e tre case con liberi spazi retrostanti dove non è difficile immaginare i cavalli a riposo dopo l’arrivo in città o pronti per il cambio.

 

Sul fronte della “Piazza de le biave” c’è la serie delle botteghe dei pezzaroli sopraelevate di un piano abitativo terminante ad archetti e leggermente arretrate rispetto a quelle dei merzari, con un’area lastricata sul davanti. E’ qui documentata inoltre nel 1420 la presenza del banco di cambio dei Pajello ed una bottega di calzolaio. Queste costruzioni fanno angolo con la Contrada di S.Eleuterio, ora S.Barbara, che prendeva il nome da una chiesa distrutta dal terremoto del 1695 e che era una delle sette cappelle urbane risalenti al IV-VI secolo dalle quali ebbero origine le sette parrocchie della città.

 

Questa fu sede delle assemblee di numerose fraglie, da quella dei notai a quella della confraternita dei Bombardieri che aggiunse al titolare S.Eleuterio martire anche la santa di nome Barbara, da qui l’attuale denominazione. Oltre alla chiesa sorgeva la “domus notariorum apud viam et apud stationes mercandiarum”, cioè la casa dei notai presso la via e le botteghe dei mercanti che il Collegio dei Notai dava in affitto nel 1412, nella sua parte inferiore, “ad usum Scholarum” del maestro Bartolomeo da Cremona.

 

La piazza del vino

 

Ricordiamo che la mappa ci fa vedere come diventerà il cuore della città a cominciare dal 1480 con una zona molto aperta adibita a piazza delle biade e del vino, ma questa sistemazione urbanistica nasce per la volontà dell’amministrazione comunale di rendere comunicanti e comodi i vari spazi commerciali. Tale amministrazione non smetterà mai di rivolgere la sua attenzione al mantenimento ed alla organizzazione delle attività che si svolgevano nello spazio pubblico.

 

Così farà abbattere nel 1462 la “caxa delle Pellizzarìe” che era ubicata là dove s’innalza la colonna originariamente dipinta in rosso ed oro alla moda veneziana con il leone, un tempo dorato, di S.Marco. Essa venne innalzata nel 1464 per mezzo di cinque argani tirati da sedici uomini ciascuno. In questa piazza leggermente sopraelevata sul piano delle strade laterali, si svolgerà da allora la vendita delle granaglie, che prima erano vendute nelle botteghe poste ai piedi della torre del Zirone.

 

Nella adiacente piazza del vino avente un livello più basso della precedente, i partitores vini allineavano i loro mastelli, poiché già da allora la terra vicentina produceva un buon vino che un poeta del tempo entusiasticamente affermava essere migliore del celebre Palermo. La viticoltura era ben affermata nei luoghi collinosi e pedemontani del contado, dove venivano coltivate diverse specie di uve. Conforto da Costozza ne nomina quattro: la durella, la varadua, la brumesca e la sclava. Un numero impressionante di documenti d’affitto di terre riportano l’uso del pagamento di questi in mastelli di vino.

 

A riprova di come il Comune volesse sovrintendere e regolamentare ogni aspetto delle attività produttive basta qui ricordare che negli Statuti del 1264 fissava il prezzo di pagamento per i “portitores vini” che dovevano essere pagati quattro denari per portare un mastello in città, ma sei se andavano nei borghi, mentre per i “portitores blave” era fissata la quota di due denari per il trasporto di quattro stari in città e di tre nei borghi. Inoltre costoro erano obbligati a tenere pulite le piazze.

 

Case merlate e torri

 

Un altro grande edificio che si trovava davanti alla Chiesa dei Servi ed era adibito a deposito del sale fu abbattuto nel 1481. Così narra l’avvenimento lo storico Maccà nella sua Cronica: “Nel 1481 del mese de novembre e decembre et gennaro fu rovinada et butà a terra la casa o sia muniliera del sale che era in Vicenza per mezzo la Chiesa di S.Maria dei Servi (di faccia al laqual era bella casa grande merlata che se tenia dentro el sale per fare una bella piazza)”.

 

E’ documentata pure la presenza davanti a questa di un piccolo edificio in cui si riscuoteva il dazio del vino. L’approvvigionamento del sale, elemento di primaria necessità per la città ed il suo territorio, era assicurato da Venezia da tempo immemorabile, esso era prodotto in laguna ed arrivava regolarmente per via fluviale.

 

 

Proseguendo dalla piazza del vino in direzione ovest dietro il Palazzo del Podestà si apre un altro slargo delimitato a sud da un’alta costruzione con portico e botteghe, ma il cui alzato non è dato vedere integralmente: questo era denominato Contrada Gazelarum, ora Contrà Catena, che nell’inventario dei beni del Comune del 1262 era indicata come “plathea que est versus bericam”.

 

Non è disegnata nella carta l’alta mole quadrata della torre del Zirone, così chiamata allora perché terminante con una merlatura ed in seguito detta del Tormento poiché vi furono trasferite le prigioni vecchie situate in precedenza nel Castello di S.Pietro andato a fuoco.

 

Questa torre, che fu comperata dal Comune nel XIII secolo da Olderico Carnarolo, fu probabilmente subito collegata con il vicino Palazzo Comunale con un ponticello di legno che attraversava il fossato che la circondava, poi sostituito da un volto detto dei Zavatteri dove venne posto l’archivio delle scritture notarili e dell’Ufficio del Registro. Intorno a questa torre sorgevano le botteghe dei blavaroli che poi passeranno a far mercato sulla nuova piazza. Arrivati a questo punto del nostro viaggio intorno al Peronio ci siamo ricongiunti con lo spazio che ora si chiama Piazza delle Erbe.

 

Come si è visto dall’analisi fatta ben poco è cambiato dell’assetto urbano del centro della nostra città dopo i lavori di ampliamento e riordino degli spazi voluti dal Comune alla fine del Quattrocento, solo l’intervento del Palladio ha cambiato la faccia della Basilica e della Loggia del Capitaniato e sono scomparse le tracce delle antiche mura mentre il sole non fa più brillare l’oro del leone di S.Marco che ancora guarda dall’alto il laborioso popolo vicentino.

 

Luisella Zanetti Suglich

 

[Questo articolo è tratto dal numero 1 di Gennaio-Febbraio 1995 di “Storia Vicentina”]