STORIA VENETA ILLUSTRATA DALLE ORIGINI ALLA FINE DELLA REPUBBLICA DI VENEZIA

 

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PER OTTENERE MIGLIORI CONDIZIONI DI PACE

 

PETRARCA AMBASCIATORE DEI CARRARA

 

Dopo la battaglia di Piove di Sacco i Da Carrara si scoprono più deboli di fronte a Venezia e le concessioni, soprattutto economiche, si susseguono. Per conservare il potere la signoria deve coltivare la pianta della pace e spedire come ambasciatore il Petrarca per intercedere presso il doge ed il senato veneziani...

 

 

La clamorosa vittoria dei veneziani del 1° luglio del 1373 aveva segnato un duro colpo per la lega anti-­veneziana che vedeva schierati in prima fila Francesco da Carrara e il re d’Ungheria. Questi, ritiratosi dal conflitto – il nipote tradotto prigioniero a Venezia venne comunque onorevolmente alloggiato in Palazzo Ducale –, lasciò gravare tutto il peso e l’onta della sconfitta sul carrarese che infine si vide costretto a chie­dere la pace a Venezia con l’intermediazione del Patriarca di Grado.

 

Due ambasciatori del signore padova­no accompagnati dall’alto prelato a Venezia, fecero final­mente ritorno a Padova portando le richieste e le condi­zioni per la pace da parte del governo ducale che natural­mente non si risparmiò quanto a durezza e severità. Innanzitutto Francesco da Carrara o suo figlio dovevano chiedere perdono ai piedi del doge per la guerra intrapre­sa ai danni della Serenissima.

 

Si richiedeva inoltre che le milizie straniere – quelle ungheresi in pratica ­–, lasciasse­roimmediatamente il territorio padovano e che tutte le fortificazioni lungo i confini venissero abbattute pagando a Venezia un indennizzo per i danni subiti non inferiore a un quarto di milione di ducati! Ancora tuttavia, non bastava Venezia voleva premunirsi e salvaguardarsi da altri possibili, futuri attacchi e così chiese che il da Carrara non potesse costruire alcuna fortezza a sette miglia dalle acque che andavano da Venezia a Chioggia; che cinque nobili veneziani ridefinissero i confini fra i due stati senza che Francesco potesse intervenire.

 

Veniva inoltre richiesta la liberazione di tutti i prigionieri, com­preso il capitano Taddeo Giustiniano e altri nobili trevi­giani sconfitti e catturati sul Piave. Non potevano certo mancare, alla fine, i vantaggi com­merciali che Venezia infatti tentò di procurarsi con il trat­tato di pace. Fra i punti in questione c’era la facoltà con­cessa al da Carrara di vendere sì il sale nel suo stato a qualunque prezzo, purché fosse acquistato a Chioggia, praticamente a Venezia!

 

Ogni veneziano, inoltre, avrebbe potuto acquistare o por­tare merce nel territorio padovano senza dover pagare alcun dazio. Dopo i commerci, per concludere, il controllo del territorio con la richiesta al carrarese di cedere a Venezia la chiusa di Quero, il Passo della Camatta e la torre di S.Boldo.

 

Obbligato a dare una risposta a simili richieste, ad una sola, Francesco da Carrara non riuscì a piegarsi: chiedere pubblicamente in ginocchio perdono ai piedi del doge. L’umiliazione richiesta, venne alla fine soddisfatta da suo figlio Novello che si recò a Venezia infatti, invece del padre. Un personaggio illustre e già noto da tempo nella stessa città lagunare accompagnava il giovane da Carrara in quel suo frustrante viaggio: Francesco Petrarca.

 

II poeta aveva trovato ospitale acco­glienza alla corte di Francesco da Carrara poco prima del 1370, anno in cui Petrarca si trasferì con i suoi libri nel piccolo centro di Arquà sui colli Euganei dove gli venne messa a disposizione una casa dal signore padovano. Al Petrarca non era nuova, tuttavia, la città lagunare. Vi era approdato infatti nel 1362 per sfuggire alla peste che allo­ra dilagava nella città di Padova. A Venezia in quel periodo trovò ben presto nel doge Lorenzo Celsi un suo profondo estimatore oltre che un sincero amico al quale lo ­legava una reciproca stima.

 

II soggiorno veneziano si protrasse addirittura per alcuni anni e il doge riuscì a farsi promettere che, alla morte del poeta, la sua preziosa biblioteca sarebbe rimasta a Venezia. In cambio di questo impegno il governo venezia­no mise a disposizione del Petrarca una casa sulla Riva degli Schiavoni, forse il Palazzo delle Due Torri oltre il Ponte del Sepolcro.

 

Per circa cinque anni Petrarca dimorò dunque a Venezia, fino cioè al 1367, anno in cui tuttavia, abban­donò frettolosamente la città. Questa improvvisa parten­za sembra potersi imputare probabilmente, ai toni e alle conseguenze di un’accesa disputa avuta dal poeta con quattro filosofi averroisti. Questi non si limitarono, pare, ai diverbi di carattere filo­sofico, ma offesero personalmente il poeta tacciandolo pubblicamente d’ignoranza.

 

Da allora Petrarca non aveva più fatto ritorno a Venezia e molto probabilmente non vi avrebbe mai più rimesso piede se un forte senso di riconoscenza non lo avesse persuaso, alla fine, ad accom­pagnare il figlio di Francesco da Carrara al cospetto del doge per sostenerlo e magari tentare di addolcire le richieste durissime dei veneziani.

 

Il signore padovano era stato da sempre con lui molto generoso e disponibile, non poteva certo rifiutargli un simile favore. E così, mal­grado l’età – il Petrarca sarebbe morto neppure un anno dopo – e nonostante il peso del viaggio, Petrarca lasciò la pace dei colli Euganei per recarsi con Novello da Carrara a Venezia dove i due giunsero il 27 settembre del 1373.

 

L’udienza, nella sala del Maggior Consiglio era stata fis­sata per il giorno 2 ottobre e puntuale quel giorno il poeta si presentò al cospetto del doge e dei membri dell’alta Assemblea. Malgrado l’esperienza e la fama di grande oratore, il Petrarca trovandosi di fronte a tanta magnifi­cenza e in un’atmosfera eccezionale e solenne, non nasco­se il suo profondo imbarazzo e, come ebbe modo più tardi di confessare, in quel momento gli sembrò di vedere “...un consesso non di uomini, sì bene di Dei...”.

 

L’anziano poeta ebbe bisogno di riprendersi dallo smarri­mento e pronunciò il suo accorato discorso in favore della pace solo il giorno dopo. Le sue parole furono così calde e sentite che meritarono l’applauso dell’intera assemblea anche se le pesanti condizioni non vennero, pare, mini­mamente ritoccate. Se con Padova la pace sembrava dunque cosa fatta, Venezia non ebbe tuttavia neppure il tempo di assaporarne i frutti. Un antico e feroce conflitto mai risolto infatti, si stava nuovamente riaccendendo con prospettive ed esiti a dir poco terribili per la repubblica veneta. II conflitto era quello con Genova. Toccava ora alla repubblica ligure, dopo il fallimentare tentativo dei padovani, prendere in mano le redini del fronte anti-veneziano.